Dal bustocco all'italiano
Spiegazioni

Ci scrive un'attenta Lettrice che desidera avere una spiegazione. S'è sentita dire dal nonno "brùsogiu" e lì per lì non ha inteso cosa il nonno volesse dire...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Ci scrive un’attenta Lettrice che desidera avere una spiegazione. S’è sentita dire dal nonno “brùsogiu” e lì per lì non ha inteso cosa il nonno volesse dire. Vediamo allora di esaudire la sua richiesta, anticipandole che sicuramente il nonno, nel rivolgerle la parola, non era “troppo” contento. Quindi: “brùsogiu” nel dialetto Bustocco ha un significato dispregiativo. In Italiano significa “bruciore” ma a Busto Arsizio si aggiunge pure un… complemento di specificazione. Quindi “brùsogiu” è “bruciore di stomaco” e, riferito a una persona ha il significato di… rompipalle.

Una persona astiosa, antipatica, insistente in certe prese di posizione diventa un brùsogiu” che richiama l’antipatia di chi la sta ascoltando. Per analogia c’è un altro termine usato da noi rivolto a una persona indisponente, “te me stè sul perdè” e qui non vogliamo cadere sulla volgarità, ma analizzare bene il preciso significato dell’espressione. Il “perdè” è il sedere, il deretano, il culo (tanto per essere chiari) e dire a una persona la frase intera, significa proprio d’essere arrivato (quasi) alla disperazione che potrebbe ben essere “basta, mi hai stufato; hai oltrepassato ogni limite di tolleranza, quindi non ho altro posto a cui mandarti e ti dico mi stai sul culo“. Certo, ci sono espressioni meno volgari che hanno più o meno identico significato: “vò’al diaul” (vai al diavolo) o “tosìgu” (tossico) che è quasi …. catastrofica, ma c’è il detto “per eccellenza” di Busto Arsizio che è il classico “vò a da via’l cù” (vai a dar via il sedere) che è quasi un “vaffanculo”, ma il detto non viene bene per i Bustocchi “nativi e lavativi” puri indigeni di questa meravigliosa città circondata dai Celti, ma che è tipica espressione Ligure.

Ne approfittiamo per dire che il “vò a da via’l cù” non è assolutamente offensivo. E’ solo un “invito” e sta all’altra parte (la persona che riceve tale “invito”) aderire o meno. Tale espressione è entrata nello slang Bustocco così bene che veniva usata quale “intercalare” in tutti i discorsi; dai più seri a quelli più faceti. Qualche esempio: “ùl me fiò le’ndei a spusu e (va da via’l cù) al se truò pulidu” – “ù vendù quatar strasci e (va da via’l cù) u ciapò quatar franchi” (notare qui, il “franchi” moneta francese, portata a noi solo nel suo significato, dai Liguri confinanti con la Francia). Possiamo aggiungere “a ò a spassu e (va a da via’l cù) su’stèi pulidu“. In sintesi, sia per “mio figlio è andato a sposalizio e si è trovato bene” sia per “ho venduto quattro cose (stracci) e ho incassato quattro lire“, sia per “sono andato a spasso e mi sono trovato bene” si utilizza sempre ….l’invito, quasi in scioltezza e con noncuranza.

Situazione differenti, come si vede in fattispecie e identico intercalare. L’espressione colorita perde quindi il significato dell’offesa e diventa un “modo per riconoscersi” che si usa qui e non altrove. Come ad esempio quei “Franchi” al posto delle Lire che avevano anche un altro temine: “palanche“. E le “palanche” si usavano a Genova e nell’intera Liguria…. erano sempre Lire, ma in ogni nostra Regione, i soldi avevano un preciso nome. Quello più utilizzato in Lombardia è “danè” (denaro – soldi), ma a Busto Arsizio (specie nel primo ‘900) l’espressione tipica erano le “palanche” o i “palanchi“. Per tornare alla Lettrice, veda di non “tià fòa di strasci ul nonu” (tirar fuori dagli stracci significa non far arrabbiare il nonno) altrimenti (vista la confidenza) il nonno potrebbe pure non limitarsi all’invito, ma mollare uno “slavàdenci” cioè un manrovescio ….si perchè “lava denci” è un “lavare i denti”, ma uno “slavadenci” (con la “esse” davanti aveva un altro significato). Basta “brùsogiu“, ma avanti con la simpatia.

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