IL RACCONTO
“Se sta mai coi man in man”. Un bustocco in quarantena a Budapest

Marcoandrea Spinelli studia alla Central European University di Budapest. Due settimane fa, al rientro in Ungheria dopo alcuni giorni trascorsi nella sua Busto Arsizio, è stato messo in quarantena per precauzione. Dalla quarantena – che si conclude oggi – Marcoandrea ha scritto questo racconto

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Marcoandrea Spinelli studia alla Central European University di Budapest. Due settimane fa, al rientro in Ungheria dopo alcuni giorni trascorsi nella sua Busto Arsizio, è stato messo in quarantena per precauzione.
Dalla quarantena – che si conclude oggi – Marcoandrea ha scritto questo racconto.

Se sta mai coi man in man

di Marcoandrea Spinelli

 

Pezzi di ‘Sorriso’ di Scarda.

Pezzi di moquette rossa, con delle macchie qua e là.

Pezzi di percentuali, siamo a 7 su 229 il 24 sera.

Pezzi di gradini, scesi lenti, con un sacchetto pieno di Kinder Pinguì, croissants, banane poco verdi. Grazie Marija per quella spesa.

Pezzi di mascherina, camice, guanti e ‘ma vada nell’altra stanza, ora arrivo’. Pezzi di attesa, infinita, di unghie smangiucchiate, di occhiali che si appannano perché parlo dalla mascherina. Lui torna, mi chiede dove sia Busto Arsizio, sbaglia a scriverlo quattro volte, gli dico che lo scrivo io, mi risponde di no. Non posso toccare la penna.

Pezzi di mascherina, camice, guanti e di una dottoressa leggermente più sorridente e sicuramente meno spaventata. Mi dice che ha chiamato il Ministero e le Malattie Infettive, la quarantena dovrebbe essere la soluzione.

Pezzi di merda, quelli sul volo con me, che vanno a fare colazione al bar come se niente fosse. Ma forse niente era davvero, quindi pezzi di coscienza che a volte dovrei ascoltare meno.

 

Non so perché, ma entrato in camera, ho ascoltato ‘Vai in Africa, Celestino’ di Francesco De Gregori, con tutti i suoi pezzi sparsi. Mi sono guardato intorno e ho iniziato a realizzare che cosa mi stava accadendo. Per fortuna ho un folto gruppo di amici che mi ha fatto da stampella sin dai primi minuti. Alessandro è uno di questi. Ha un grosso difetto, è granata, ma lì, sotto la Mole, molti lo sono. Dopo nemmeno un’oretta, mi manda un fumetto stupendo, memoria con un valore incalcolabile.

Anche il virus indossa la maglietta rigorosamente verde con la scritta ‘Prima il Nord’ e viene nel bel mezzo della Pianura Padana, in zone poco turistiche, ma incredibilmente produttive. Il milanese imbruttito vede il mondo capovolto, noi, lombardi e veneti, insultati ad Ischia e non accettati alle Mauritius. Nemmeno in una commedia sarebbe potuto accadere. Il Nord Italia trattato così male è figlio di una paura che dovrebbe essere condivisa e il buon Attilio lo dice subito, il giorno 2 della mia quarantena. Gente operosa, quella del nord, se sta mai coi man in man, quindi rimboccarsi le maniche e trovare la soluzione. Molte persone avranno pensato ‘perché da noi?’, il mio primo pensiero è stato ‘per fortuna che capita qui, noi questo virus lo sconfiggiamo!’.

Io intanto non rendo, non mi concentro, non funziono. Mi dicono che tanto avrò tempo, di leggere tanto e di studiare di più. Io ho sempre studiato meglio quando sono stato messo alle strette, con così tanto tempo libero mi perdo.

 

Pezzi di ‘Rise’ di Eddie Vedder.

Pezzi di sacchetti di plastica lasciati fuori dalla porta, con dentro i miei pasti. Pezzi di una scatola di cartone con scritto sopra ‘rifiuti pericolosi’.

Pezzi di spesa e di supporto di Aleksandar, il mio compagno di camera. Grazie anche a te.

Pezzi di finestra leggermente aperta, che ogni tanto chiudo perché se mi ammalo in questi giorni, chissà che ansia.

Pezzi di chiamate e messaggi con l’ambasciatore. La protezione che mi ha regalato con quelle chiamate è qualcosa di incomprensibile, mi sono sentito incredibilmente più sereno dopo averlo sentito.

Pezzi di dubbi, ‘dai, quasi quasi, me ne torno in Italia’. Tanto lo stato ungherese mi farà uscire sicuramente, sono una sorta di ‘rifiuto pericoloso’.

Pezzi di mail dei miei professori che mi hanno rasserenato. Pezzi di chiamate con amici e familiari che mi riempiono le giornate e le rendono meno lunghe.

 

Fortunatamente la sera del giorno 3 gioca la Juve. Quando gioca in Champions, da metà pomeriggio, inizia sempre a salirmi quella impercettibile adrenalina che mi fa dimenticare di controllare anche la febbre. È la stessa sera delle scope che stanno in piedi da sole e io ci provo anche con la mia. Non funziona, ma con uno stratagemma riesco a farla stare in piedi e scatto una foto per il mio nipotino.

Ho sempre pensato a tutte le storie che racconterò a lui quando crescerà. Ah, beh, quante ne ho, quanti viaggi, quante foto da osservare, quanti diari da ammirare, quante guide da sfogliare con lui, quante mappe da aprire, quante monete da riconoscere, quante bandiere da indovinare. Di racconti ne ho tanti in testa: il Taj Mahal sotto il diluvio, con un mal di pancia indimenticabile, il Muro del Pianto e la sua piazza gremita inspiegabilmente alle tre di una notte di agosto, il Salar de Uyuni  e l’Amazzonia in Bolivia, il Mare del Nord che incontra il Mar Baltico a Skagen, la città degli impressionisti danesi, i gabbiani dell’Oceano Atlantico ad Essaouira, in Marocco, i monasteri serbo-ortodossi in Kosovo e romeno-ortodossi in Bucovina, le scogliere della Bretagna e della Normandia, i pantaloni persi da un amico in una spiaggia a Barcellona dopo la discoteca, la rakija di Belgrado, la ginginha di Lisbona, il the alla menta della moschea di Parigi, il vino rosso bevuto all’alba il giorno di Sveti (San) Trifun, il 14 febbraio, nei vigneti di un villaggio serbo, il soroche, il mal di altitudine che mi ha sbattuto a letto per 36 ore a La Paz,  ….potrei aggiungere altro, ma mai, mai, mai, e poi mai, avrei pensato di aggiungere la quarantena nel dormitorio di un’università a Budapest.

 

Pezzi di ‘Ho ancora la forza’ di Francesco Guccini.

Pezzi di camomilla con dentro tanto miele perché il mal di gola non mi deve venire adesso.

Pezzi di lista della spesa lasciata alla dottoressa: alla fine la bottiglia di vino rosso l’ho aggiunta, su suggerimento dell’esperta musicale.

Pezzi di termometri, sempre con me, e della mia temperatura corporea, che scopro essere bassissima la sera, tra i 35.7 e i 36.2.

Pezzi di rucola sopra la pasta con il pesto ai pomodori secchi. Giorno 6.

Pezzi di chiamate con Teo che mi consiglia di contattare la D’Urso. E pezzi di proposte da parte di Italia Uno.

Pezzi di calici di vino rosso e di bicchieri di plastica con dentro il detersivo perché non posso usare la lavatrice.

Pezzi di abitudini che riesco a crearmi anche in questo appartamentino.

 

Poi arrivano giorni diversi, pensierosi, il fine settimana se lo rapisce via il calcio, come spesso mi è capitato. Giorno 7. Le giornate passano più rapide e mi trovo a studiare e scrivere un piccolo paper sul nazionalismo ucraino e una bibliografia annotata molto lunga su minoranze slave e musulmane in Kosovo. Ritrovo la concentrazione guardando oltre i vetri opachi su cui la pioggia inizia a sbattere quotidianamente. Il grigio delle nuvole mi svuota, ma le notizie da casa lo fanno ancora di più. La concentrazione fugge via.

Gli anziani che spariscono come mosche e tutti che dicono ‘muoiono solo anziani’. Ma che cazzo mi significa? Con che diritto non possono vivere dieci, cinque anni in più, o anche semplicemente qualche mese. Chi decide cosa? Vite che hanno visto camicie nere, De Gasperi, il Carosello, Omar Sivori, le lotte sessantottine, Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè, la primavera del ’78, cioè il punto più basso della nostra democrazia, l’urlo di Tardelli, la caduta di un muro, la caduta della ridicola tappezzeria dei muri partitici della Prima Repubblica, le Torri Gemelle svanire alle tre di un pomeriggio di fine estate, la vita di Karol Józef Wojtyła. Chi decide che queste vite debbano andarsene? Un qualcosa di iniquo. Ma come è possibile? Dai, non è vero, sarà stato una bomba atomica agostana, una crisi per colpa di Fidel, gli attentati degli anni Settanta, una centrale nucleare ucraina, gli attentati tra la Prima e la Seconda Repubblica italiana, una guerra dall’altra sponda dell’Adriatico… No, qualcosa di invisibile. Ma sei sicuro? Sarà stato un disastro naturale, un’inondazione, un’alluvione, un terremoto… No, qualcosa di intangibile.

Qualcosa che non si posa, che non si muove, che non si sfiora, che non si toglie, che non si evita. Qualcosa che non si coglie.

E allora vale tutto.

Vale l’angoscia che sale puntualmente alle 18, al bollettino della Protezione Civile. Il bianco del muro si fonde agli spazi bianchi del mio computer. Vale l’ansia che mi entra nel petto e non mi abbandona fino a quando non ricevo una chiamata da qualcuno. I tastini neri della mia tastiera si mescolano con le lettere nere del mio foglio Word. Come un dondolo, bianco e nero, come un’altalena, bianco e nero. Non riesco a concentrarmi, mi sembra una vita parallela. Distanza di un metro, lavarsi le mani, starnuti nel gomito, lavarsi le mani, no alle strette di mano, lavarsi le mani, scuole chiuse due settimane, lavarsi le mani.

 

Pezzi di ‘Sunday Bloody Sunday’ degli U2.

Pezzi di percentuali. Siamo a 107 su 3089 la sera del 4 marzo.

Pezzi di contorno di pasta o spaghetti con un piatto di carne. Pezzi di verdura che spesso chiedo perché così non si può andare avanti.

Pezzi di Buffa e il suo speciale sui Mondiali di Italia ‘90. Giorno 9. ‘Notti Magiche’ mi emoziona come mai.

Pezzi di Oreo con in mezzo la crema alla fragola.

Pezzi di schotch bianco perché il caricatore del mio computer decide di rompersi esattamente quando sono in quarantena.

Pezzi di lattine di birra trovate dietro la porta. Hvala Armin e Balša.

Pezzi di discorso del nostro Premier Conte. Non l’avrei mai pensato, ma sono quasi sollevato dal fatto che ci sia lui e non qualcun altro su quella poltrona. Gli scienziati, gli accademici sono stati ascoltati prima di qualsiasi altro. I politici sono rimasti in disparte, per una volta mi sembra abbiano capito che il silenzio è la migliore parola.

Pezzi di tramonti e di voglia di andare a farmi tante belle corsette questa primavera

 

Giorno 13, sera della Festa delle Donne. Primo tramonto della Lombardia chiusa. Serata di gran galà del calcio italiano, ridotto a una confusione che non ci meritiamo di subire, almeno nello sport. Giocare, non giocare, giocare dopo, giocare a porte chiuse, fate quello che vi pare, ma decidete. Pochi passi stasera mi accompagnano durante il derby d’Italia più triste mai vissuto. Cammino molto meno del solito e gioisco senza convinzione. Siamo a 366 su 7375. Non c’è più posto per niente.

Il tunnel inghiotte ancora una volta tutto, non la vedo la luce bianca in fondo. Non c’è l’odore delle mimose oggi, così gialle e così vive, contrappasso dantesco delle 113 nonne e nonni lombardi che non ci sono più. Non c’è posto per i 30mila soldati americani che qualcuno, dall’alto della sua sapienza filosofica, vuole inserire nel marasma del tema Coronavirus, perché il pensiero critico serve sempre. A cosa serve? I 30mila impallidiscono di fronte ai ‘più 1500’ contagi di oggi, domenica di fine inverno, svaniscono di fronte al pensiero che il sistema sanitario della regione trainante del nostro paese sta collassando. Non c’è posto nemmeno per chi vorrebbe rifiutare la zona rossa nella sua zona e polemizza ancora. A cosa serve? I casi sono diminuiti lì per coincidenza, ma sono raddoppiati a sessanta chilometri, nella provincia della Dea, la squadra più amata dagli italiani nella primavera 2020.

C’è posto per le lacrime che oggi fanno capolino più del previsto, dopo che le avevo trattenute dentro per tanto tempo. E scivolano via stasera, ultima notte di quarantena, quella che avrebbe dovuto essere la più positiva.

Sono pugni nello stomaco quel 113 e quel documento che dice che per le persone più anziane forse non c’è rianimazione. Vedo tutto nero, è come un livido sulla pelle. Questi ricordi non andranno mai via, come le briciole di biscotti in una tazza di the. Concrete nella trasparenza, rimarranno lì. Anzi, qui. Abbiamo perso questa volta, non vedo umanità, solo logica. Che male per me, umanista che vive sulle nuvole, questo pensiero. Sia chiaro, lo comprendo, ma questa crudezza mi sembra di averla trovata solo su carta, sui libri della mia libreria, nei conflitti studiati ed analizzati.

Non vado a letto senza analizzare grafici, flussi, conteggi, statistiche, ma poi mi chiudo a riccio e preparo almeno tre camomille. Quanto abbiamo criticato la crudezza dei cinesi un mese fa, quanto abbiamo giudicato in maniera flemmatica e derisoria. Ora che scende la mia ultima notte in questo appartamento, vorrei tornare al primo momento e cambiare tutto, la scelta di partire l’ho presa con troppa leggerezza. Vorrei essere lì, nella mia Busto grigia, con la mia famiglia e gli amici che oggi mi hanno chiamato ancora.

Non c’è empatia in questa Budapest e non ci sarà nelle persone che incontrerò domani. Compagni della metà orientale d’Europa che mi dicono che gli italiani fanno sempre drammi per tutto, ‘drammi per i migranti che arrivano, drammi per il Coronavirus’, che sciorinano amari consigli ‘basta che dichiari meno casi e fai morire qualche vecchio in più, mille morti in più per influenza chi li nota nel conteggio totale?’, ‘pensa che il vaccino sarà pronto da qualche parte, ma gli americani non te lo vendono ancora’, ‘l’importante è curare i giovani, figurati se in Russia ci sono solo 17 casi, non ci dicono niente, ma va bene a tutti così’. Quanto mi sento lontano da tutto ciò, quanto non comprendo come sia possibile che persone laureate in Scienze Umanistiche mi dicano ciò. Penso alle persone che conosco, faccio fatica a pensare a qualche amico, italiano, che mi direbbe frasi di questo tipo.

Mi stanca questa dietrologia, mi stanca questo retropensiero, mi manca la genuinità stupida italiana. Forse per questo vorrei essere lì, non qui.

Io non riesco nemmeno a giudicare male politici di partiti che non voterò mai. Li vedo esausti rispondere a domande, li vedo anche spaventati e preoccupati perché a volte non sanno davvero cosa dichiarare. Tra tutti, l’assessore Giulio è quello per cui provo più empatia.

 

Pezzi di ‘Chakra’ di Le luci della centrale elettrica

Pezzi di ironia italiana. E ci ridiamo su, anche in un momento tragico come quello attuale, ‘ha fatto più cose il paziente zero 38enne in due settimane che io in tutta la vita’, ‘ricostruiremo l’Impero Romano tossendo’, Wuhan che diventa Uan, il pupazzo rosabianco di Bim Bum Bam.

Pezzi di luci rosse nella campagna ungherese, oltre una finestra, in un panorama che difficilmente dimenticherò.

Pezzi di foto di Malpensa vuota. Pezzi di audio e di messaggi di infermiere, farmaciste e dottoresse, di infermieri, farmacisti e dottori. Parole che sono un lento stillicidio. Silenzi che sono un lento stillicidio.

Pezzi di curve discendenti che devono arrivare.

Pezzi di decreti notturni che mi paiono ancora troppo leggeri. Ma il passo successivo, la quarantena militare già paventata tra le righe, spero non arrivi davvero.

Pezzi di treni notturni pieni all’inverosimile. In bocca al lupo a voi.

Pezzi di lacrime, di magone, di pelle d’oca, di paura.

Pezzi di decennio iniziato davvero male. Ma come sarà bello svegliarsi tra qualche settimana e sapere che ce lo siamo lasciati alle spalle. E come sarà bello godersi l’estate italiana…

 

Se sta mai coi man in man.

Scusate se lo dico in lombardo, non mi appartiene nemmeno poi troppo, non ho avuto nonni lombardi. Sapremo imparare anche dall’inverno 2020 e lo racconteremo come quello del Coronavirus, come quello dell’attesa snervante per un vaccino.

E mi immagino già quando lo racconteremo, quando saremo nonni noi. E mi immagino già a chi lo racconteremo, ai nostri nipoti. E mi immagino già chi saranno gli eroi, i primari, gli anestesisti, i medici di base, i dottori, i farmacisti, gli infermieri, gli internisti, …  E mi immagino già come lo racconteremo, come un insegnamento, come i nonni fanno sempre, perché, agli occhi di un nipote, hanno già vissuto la vita e, quindi, sanno già cosa vuol dire averla vissuta.

Non si meritavano un inverno come questo, ma per la primavera ci stanno lasciando il loro insegnamento.

 

E l’insegnamento è e sarà sempre lo stesso: tutto passa, la vita è una ruota, tutto ricomincia, tutto si sconfigge.

La primavera manderà via anche questo inverno, fatevi trovare sorridenti e pronti quando arriva.

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