La realtà in linea con la fantasia
Stare con i piedi per terra

Lo stupore è come un'arma a doppio taglio e dentro il "sòn stracuntò" c'è tanto di sbalorditivo e di aleatorio...

Gianluigi Marcora

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Sentito mai “sòn stracuntò” che somiglia a uno… stracotto piuttosto di un modo di dire Bustocco. Ebbene, il detto “sòn stracuntò” è colmo di stupore e di poesia. Vuol dire “esterrefatto” o sbigottito, dentro cui ci si può sprigionare in tante interpretazioni. “Sòn stracuntò” per un’inattesa buona notizia, ma pure per una visita a casa nostra di un parente lontano. Esterrefatto per un traguardo raggiunto o per una promozione inaspettata, ma pure per una richiesta andata a buon fine o per una mano ricevuta dall’Alto.

Attenzione, però. Il “sòn stracuntò“, sbigottito può essere utilizzato anche in negativo… mi sarei aspettato che, invece… oppure… tutte le premesse mi hanno portato a… invece… tutto si è dissolto… pensavo di aver fatto bene, ma il risultato ha detto tutt’altro. Ecco che lo stupore è come un’arma a doppio taglio e dentro il “sòn stracuntò” c’è tanto di sbalorditivo e di aleatorio. Meglio quindi “stò cunt’i pè in tera” (stare con i piedi per terra) nel senso proprio di guardare in faccia la realtà e (possibilmente) “tènila’a par màn” (tenerla per mano). A volte, anche la realtà sembra in linea con la fantasia. Una volta “sà metèa i danè sut’al quadrel” (si mettevano i soldi sotto il mattone) e non si aveva dimestichezza con le operazioni bancarie. Oggi, le banche (quasi) devi pagarle per tenere i soldi sul conto corrente. Quando poi “investi” ti senti dire “così guadagniamo” per poi (in caso di perdita) “lei ha avuto una perdita per effetto di un mercato traballante“.

Insomma, a “guadagnarci” siamo in due: le banche (sempre) e il risparmiatore. A perderci si è soli: la banca guadagna comunque, mentre il risparmiatore è quello che soccombe sempre…. lo dice la legge. Un tempo (a proposito di soldi) esisteva “a quindasòa” (la quindicina), nel senso che gli operai venivano pagati “in busta” con la “paga” che veniva distribuita dal principale dopo che il “giùin da stùdi” (giovane dell’ufficio) aveva predisposto il cedolino uno per uno. La “processione” avveniva poco prima dello squillo della campanella del “fine lavoro” e piano piano, senza fare caciara e quasi in assoluto silenzio si entrava nell’ufficio e il principale distribuiva le buste. A volte chiedeva qualcosa e il più delle volte, magari per non sentire qualche rimostranza, anche il principale faceva in fretta a consegnare il giusto dovuto.

Oggi, coi “bonifici” quel dialogo non c’è più. Anche “a poga” (la paga) non esiste più e spesso e volentieri le varie aziende pagano una volta al mese e tutti parlano solo di …stipendio. Quel profumo di maneggevolezza col denaro non c’è più, anche per via delle carte di credito o dei cellulari “faso tutto mi” (faccio tutto io ed è una frase copiata dal dialetto veneto). Succede quindi che chi non ha provato a ricevere la “paga” non sa qual è il rapporto col lavoro, la fatica, la manovalanza… non sa capire la parola sudore e nemmeno quella di aver contribuito con la propria operatività a creare qualcosa di concreto. Chiaro che chi ha studiato sino a trent’anni poi “nasconde” la laurea e non sa cosa farsene; capirà mai cosa vuol dire sudare un’impresa, dentro cui c’è il rapporto cogli altri che davanti a un computer – oggi – non si trova. Diceva Charlie Chaplin “non prendere troppo sul serio il tuo lavoro, ma fa in modo che siano gli altri a giudicarlo tale”. Per dire che in pieno modernismo si offre poca importanza alla manovalanza. Tutto o quasi è a “furor” di tecnologia e anche i prodotti che ne scaturiscono sono un po’ asettici e privi di quell’ingegno che il lavoro prodotto con le mani riesce a personalizzare un’opera. Ora – è vero – si tratta di difendere ancora di più il lavoro. C’è un solo pericolo (grosso e imponente). Con l’arrivo di tanti disperati e con la politica “cinese” o quella della “produzione all’estero”, si sta arrivando alla dequalificazione del lavoro che potrebbe giungere allo… schiavismo. E “al va bèn non” (non va bene) ma forse nemmeno è lecito ritornare alla paga che potrebbe sostituire lo stipendio.

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