potere negligente
Quando a stuprare sono le istituzioni

A queste condotte si deve porre una fine, una fine aggressiva e feroce, tanto quanto prepotente risulta essere nella vita delle vittime (madri e figli)

Michela Diani

Busto Arsizio

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Nell’ultimo articolo ci siamo lasciati con la denuncia degli abusi da parte di alcuni periti del Tribunale di Busto Arsizio nei confronti delle donne e dei bambini, e che in virtù di un potere istituzionale mal interpretato e soprattutto negligente, hanno procurato negli ultimi dieci anni e ancora procurano –perché nessuno si decide a fermarli – innumerevoli danni nella vita di persone perbene, tutelando uomini maltrattanti e abusanti nei confronti delle loro compagne o ex compagne e nei confronti dei figli. Ci siamo lasciati anche sottolineando che questo non è un problema soltanto bustocco, ma che riguarda una buona parte dei Tribunali Italiani, un problema denunciato apertamente anche da qualche Giudice illuminato – sia uomini che donne – che nell’arco del ventennio antecedente hanno cercato di lavorare in tale senso, seminando cultura e restando loro stessi spesso inascoltati dai loro tanto spesso superbi e altezzosi colleghi. Ed abbiamo anche sottolineato che il periziato di questi professionisti è in aperto contrasto con l’applicazione delle regole di base di un vivere civile tra i sessi, che poggia sulla Convenzione di Istanbul, trattato volto proprio a proteggere donne e minori, non solo dalla violenza maschile perpetrata in vita in diversi modi, ma anche dalla cosiddetta rivittimizzazione secondaria che da anni si registra nel sistema giudiziario senza che vi sia un vero impegno da parte di giudici e tribunali, nell’intervenire, affinché essa venga arginata fin dai suoi albori. Anzi, vi dirò di più, la procedura civile così come quella penale, le prassi giudiziarie sono spesso così rigide che rendono veramente difficoltoso fermare il degenerare degli eventi, che sono dunque assolutamente imputabili agli errori che fin dall’inizio della comparizione in un Tribunale vengono fatti dai Giudici incaricati dei procedimenti e dai periti che li consigliano.

Proviamo a spostare in un altro campo la questione per comprendere meglio ciò che affermo. Se io mi reco in uno studio medico per un problema alla gamba e mi viene curato il braccio, è evidente che la mia gamba continuerà a dolermi e il mio braccio sarà sottoposto a trattamenti inutili e forse anche lesivi, visto che non erano necessari. Nessuno sosterrebbe che questo medico sia intelligente né che non debba essere perseguito perché il suo errore ha portato a compromettere la salute di un paziente.

Non si capisce quindi perché in un Tribunale, queste personaggette vengano clamorosamente protette dall’Istituzione stessa quando vi è una evidenza lapalissiana circa gli errori del loro operato.

Forse perché perseguirle aprirebbe un bel vaso di Pandora?

In questa sede, aggiungeremo anche a questo atteggiamento di negazione all’interno del Tribunale anche il ruolo spesso determinante dei servizi sociali del Comune di Busto Arsizio, che in alcuni casi, più che essere un servizio preposto alla tutela dei minori, si è rivelato un vero e proprio braccio omicida nei confronti di donne e bambini che, lungi dall’essere supportati e difesi dagli abusi di maltrattanti, hanno invece fornito lui il supporto e una forza maggiore per allontanare figli e madri con dichiarazioni false e mendaci sulla incapacità materna, sulla inadeguatezza delle madri e sulla loro affidabilità. Le istituzioni bustocche cioè, negli ultimi dieci anni, nei confronti di donne e minori hanno svolto la funzione del branco all’interno di uno stupro. Mi spiego meglio: è come quando una donna viene violentata da un uomo e vi sono altri compagni che, pur non partecipando direttamente allo stupro, la tengono ferma affinché il macho possa compiere il suo delitto.

Nel caso delle istituzioni bustocche non si può nemmeno dire che esse non siano partecipi a questi stupri, giacché vi partecipano eccome ed anche in maniera prepotente attraverso l’esercizio di periziato falso, fallace, negligente e attraverso un concorso con i servizi sociali che con il progettificio successivo fondato appunto su CTU nefaste e relazioni prive di fondamento reale e sempre a favore del maltrattante, divengono proprio la forza aggressiva complice su cui egli fonda la prosecuzione sia della sua condotta quotidiana nei confronti di madri e figli che della sua condotta giuridica. Tutelato infatti dalle istituzioni che lo appoggiano e lo vedono come la vittima invece che come il carnefice, si sente rafforzato e perfino giustificato nel continuare a ledere volontariamente a madri e figli.

Perché continuo a sottolineare madri e figli? Perché benché possa sembrare che essi riescano a ledere unicamente alle loro ex compagne, nella realtà ledono profondamente ai figli che molto spesso finiscono a causa di queste situazioni che vengono considerate ‘conflitti ingestibili’ sotto la tutela dei servizi sociali ( incapaci e oltretutto gestiti da personale troppo giovane e impreparato), i genitori si vedono limitata la responsabilità genitoriale, quando addirittura non si passa direttamente ad affidamenti impropri a case famiglia. Il tutto perché a monte, operatori deficienti che meritano di essere chiamati solo in questa maniera non hanno saputo distinguere un conflitto da una dinamica di relazione violenta. Non hanno saputo o voluto, visto che molto spesso le donne, consapevoli di quanto sta accadendo, denunciano fin dall’inizio la condotta dell’ex compagno, sperando di poter contare nell’aiuto delle istituzioni, che invece di rivelano autentici cavalli di Troia della Giustizia.

Non hanno saputo fare ciò che doveva essere fatto subito per salvaguardare madri e figli e cioè mettere loro in protezione e mettere l’abusante in condizione di non nuocere.

Se l’immagine a cui ho voluto ricorrere – quella dello stupro – vi procura qualche problema, sono contenta, perché almeno vi è chiara la prepotenza della violenza emotiva e alle energie di vita che viene fatta dalle istituzioni a donne e bambini, una violenza legalizzata – perché di violenza si tratta e così va chiamata – che dura anni e anni, tra ripetute CTU, giudizi inventati sulle persone, interventi lesivi dei servizi sociali, sentenze assurde, provvedimenti discutibili, veri e propri scempi di pelle umana, amabilmente taciuti nel palazzo di giustizia grazie a una connivenza di sistema che farebbe bestemmiare anche Biancaneve.

Sono allibita, sconcertata, affranta ma soprattutto schifata di come all’ingresso di un Tribunale il valore di una madre che ha cresciuto i propri figli venga ignorato, bistrattato, stuprato, leso nella dignità da negletti che dietro la scrivania per applicare la fufa di libri di psicologia che nulla c’entrano con le persone che hanno di fronte, fratturano con una violenza inaudita la vita di madri e figli e solo con l’intento di proteggere quella figura paterna che si vuole vedere a tutti i costi come la vittima della separazione e della situazione, anche quando non lo è affatto.

“Attenzione a non confondere il conflitto, che presuppone una situazione di forza paritaria e quindi di atteggiamenti violenti reciproci, con la violenza in cui una parte è totalmente sottomessa – sul piano fisico, psicologico o economico – e tende a volte a realizzare condotte violente per una evidente forma di difesa’’.

(Da: Crimini contro le donne, Fabio Roia, Ed. Franco Angeli)

Tutti questi casi infatti dimostrano che le donne non erano in una condizione di parità rispetto al proprio compagno o ex compagno. Una assenza di parità che molto spesso è economica, giacché se una donna si è dedicata ai figli oppure, anche se ha sempre lavorato, quasi sempre il suo reddito è nettamente inferiore a quello del compagno. La necessità di mantenimento della donna all’interno di questo tipo di procedimenti viene visto da giudici – che hanno comunque una mentalità spesso più maschilista degli uomini, anche se donne – come una sorta di ‘ non voglia delle donne di lavorare’ quando è al contrario, invece, la semplice necessità di essere messe in condizioni di ripartire tutelando se stesse e minimamente i propri figli. E’ incredibile come si abbandonino le donne in nome di una pseudo parità con l’uomo costruita su: “Sei giovane, attiva, lavora’’, senza però tenere conto che i maltrattanti costruiscono proprio sulla violenza economica parte della loro condotta violenta nei confronti delle ex compagne. I maltrattanti infatti, creano situazioni debitorie ingenti proprio con il pretesto di ledere alla serenità di vita di madri e figli, metterle in condizioni di precarietà finanziaria, innescano situazioni che conducono quasi sempre alla messa all’asta delle case di assegnazione, privano le ex compagne di acquisire attraverso eventuali liquidazioni di case di proprietà della libertà finanziaria, per potersi ricostruire, con il pretesto che non hanno soldi, quando poi spendono e spandono in avvocati e aperture di procedimenti solo con il pretesto di vendicarsi della compagna.

Mi domando: cari giudici perché non identificate questi uomini maltrattanti all’ingresso del Tribunale e non gli fate la confisca immediata di ogni bene e denaro, come si fa con i mafiosi, assicurandovi che dietro a lui non vi siano anche famigliari danarosi che mettano le loro cospicue risorse a sostegno di queste procedure di maltrattamento giuridico? Molto spesso fate invece il contrario. Non solo non impedite a queste persone di perpetrare questi abusi del diritto, ma non ascoltate le vittime, le zittite e le mettete in condizioni di isolamento – perché non avendo soldi hanno anche difficoltà a difendersi; giudicate chi accede al patrocinio gratuito dando per scontato che voglia marciare ( ci sono giudici che in Tribunale a Busto Arsizio detestano i patrocini gratuiti con il pretesto che attraverso di esso si abusi del diritto – chissà in quale paese dell’Africa hanno studiato questi giudici!). E quando anche le donne si devono arrendere ad affidarsi ad avvocati senza patrocinio, in ogni caso, la condotta del maltrattante giuridico viene sempre giustificata ( perché poverino ha diritto alla difesa) mentre quella della donna che si difende e perché subisce, viene annoverata nel calderone dell’isteria collettiva.

Facciamo così, cari Giudici e Periti, dobbiamo venire, noi donne e insieme ai nostri figli, sotto ai vostri studi o fuori dal Tribunale a prendervi a schiaffi o pugni per vedere se a un certo punto non restituite qualche schiaffo nel momento in cui non avete fatto nulla?

“Uno dei problemi della giustizia penale in questo settore è rappresentato dalla necessità di individuare magistrati specializzati che trattino le vicende’’

(Crimini contro le donne, Fabio Roia)

In realtà anche nella giustizia civile occorre specializzazione perché molti errori partono da lì ed è da lì che si ripercuotono su madri e figli. Nei procedimenti civili non vi è neanche comunicazione di eventuali denunce penali a carico dell’uomo abusante e ciò rende difficile la ricostruzione della storia della violenza perpetrata sulla donna. Ma l’analisi dei nuclei famigliari sempre gambizzante verso le donne, anche quando esse sono state madri presenti e affidabili e il cui prodotto è peraltro dimostrato anche da figli sani, procura l’avvio di macchine infernali omicide.

A queste condotte si deve porre una fine, una fine aggressiva e feroce, tanto quanto prepotente risulta essere nella vita delle vittime – madri e figli – se non viene fermata.  E cari periti, prima di aprire la bocca per niente, sostenendo che i conflitti sono insanabili e per tale ragione mettere sempre in croce le donne come alienanti nei confronti del povero papino indifeso, cercate di capire chi attiva veramente la dinamica del conflitto nella relazione distinguendola da chi la subisce. Parlare a vanvera in un procedimento che condiziona l’intera esistenza di madri e figli è un comportamento che va severamente punito, così come va severamente punito calunniare davanti a un giudice madri perbene con relazioni piene di falsità e giudizi infondati basati sulle manipolazioni di padri raggiranti e di periti negletti.

 

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