Profumo di aria ruspante
Sulla groppa di Piero

La vita galoppa. Anche troppo in fretta, talvolta. C’è chi mi scrive del nostro Dialetto “incomprensibile” e chi lo osanna, per via dei ricordi, dei modi di dire, delle Tradizioni, delle abitudini...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

Pubblicato il:

Stampa questo articolo

La vita galoppa. Anche troppo in fretta, talvolta. C’è chi mi scrive del nostro Dialetto “incomprensibile” e chi lo osanna, per via dei ricordi, dei modi di dire, delle Tradizioni, delle abitudini. Ho in mente un vocabolo che in pochi potranno conoscere: “a muschiròa” che con le mosche ha nulla a che fare, ma che è (era) quasi un… elettrodomestico, come attualmente ha preso possesso nelle nostre case.

Ebbene, la “muschiròa” era la gabbietta costruita con legno compensato e una retina di “ardia” (filo di ferro finissimo da cui deriva Arsizio) che consentiva la conservazione di formaggi, insaccati, burro, per un certo periodo di tempo.

L’accostamento all’elettrodomestico è solo dovuto al fatto che oggi abbiamo il frigo o il frigidaire dove si colloca di tutto e di più… qualche anno fa, avevamo la “muschiròa” per la stessa funzione.

Proprio a questo punto si instaura lo stupore di come il tempo galoppa e di come gli elettrodomestici hanno preso il posto della… Tradizione. Figurarsi poi che, per avere acqua zampillante, fresca, diuretica, oligominerale si… buttava il secchio nel pozzo. Ce n’era uno in ogni cascina. Era all’aperto, con tanto di muro, con una carrucola all’apice e una corda molto forte che serviva per attaccare il secchio e farlo arrivare laggiù, dove il fresco era sovrano e dove l’acqua scorreva limpida come… nella canzone di Lucio Battisti, “acqua azzurra, acqua chiara“.

Chiudo un attimo gli occhi e vedo il carretto trainato da Piero (il cavallo di zio Aldo) che si sobbarcava una fatica immane. Il cortile polveroso mostrava il passaggio delle ruote e Piero conosceva la strada. Sapeva che di lì a poco, i ragazzi l’avrebbero circondato e alcuni di loro gli avrebbero lisciato il pelo. Piero era buono e operoso e “acconsentiva” a un paio di noi di salirgli in groppa. Lo zio Aldo lo “difendeva” ma sapeva che i ragazzi erano ad aspettare Piero per una cavalcata fuori programma e, per un po’ di tempo, lasciava fare.

Dopo i giochi, all’imbrunire, c’era da strigliare Piero. Mi proponevo quasi sempre. Sembrava che Piero e la mia striglia (una specie di spazzola con le punte di ferro) permettessero un giusto massaggio dopo una giornata di sudore e di lavoro. Dopo di che, lo zio Aldo passava al foraggio. “Prima la pulizia” diceva “dopo il giusto necessario“, dentro cui c’era il fieno, l’acqua fresca del pozzo e il riposo nella stalla.

Al tempo della mietitura e della raccolta del grano, il “viavai” nei campi era frenetico, con Piero sempre fra i protagonisti e noi su e giù dal carretto per gioco e per allegria. Quando poi si andava a raccogliere l’uva, si aspettava il momento fatidico: quello di “immergerci” nel capiente tino e pigiare a più non posso. Era una “danza” grottesca e frenetica, dove i ragazzi sprigionavano tutto l’ardore che avevano in corpo. (Lo dico sottovoce: nel tino ci si calava senza scarpe, ma soprattutto… senza lavarsi i piedi – il vino era d’un buono che nessuno osava protestare). Un misto fra “crocu” (sporco dei piedi) e sudore con polvere.

E la “muschiròa?” La zia Teresa sapeva che dopo quel lavoro, occorreva “un tocu da pan mistu cont’a murtadèla o ul gungunzòa” e prendeva il tutto proprio dalla “muschiròa” che aveva ben conservato sia il profumo della pietanza sia la sua freschezza. Non un pranzo o una cena, ma ….. uno spizzico, tanto per non far “mordere” lo stomaco e nemmeno per saziare a oltranza. Diciamo che era un rifocillarsi prima di avere altre incombenze da svolgere… tipo la mungitura, il cambio del “letto” degli animali nella stalla, il rivoltare il fieno nel cortile, la raccolta di verdura nel giardino, lo strappo dell’erba nelle “pròse” (aiuole) o una visita veloce nel pollaio per il becchime ai polli compresa la raccolta delle uova depositate nel cestino.

Noi a vociare, a gridare, a dare uno sfogo alla nostra irruenza. A sentire le mamme che “davano la voce” (ci richiamavano) ma lasciavano fare con l’immancabile “meti su i scòrpi – va’n giru non in pentèra“. Altro che vaccino, Ministro Lorenzin. Gli anticorpi li avevamo… incorporati. Traduzione? Serve? Mi sembra tutto acclarato: “Indossa le scarpe – non andare in giro a piedi nudi”. Sì, ma il bello del Dialetto è “meti su” (metti su, per indossare) e “va’n giru non in pentèra” (cammina, ma non a piedi nudi).

Profumo di aria “ruspante“.

Copyright @2017

DALLE RUBRICHE