RICORDI…
Tempo d’esami

Fare un parallelo coi "miei tempi" con quelli attuali fa tenerezza. Tuttavia si può meditare, visto che la cronaca quasi ci invade con temi di "bullismo" o di attacchi alla Scuola...

Gianluigi Marcora

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Tempo d’esami. Tempo di ricordi. In fondo, fare un parallelo coi “miei tempi” con quelli attuali fa tenerezza. Tuttavia si può meditare, visto che la cronaca quasi ci invade con temi di “bullismo” o di attacchi alla Scuola.

Per chi non dovesse ricordare com’era la Scuola allora, dopo e Elementari, specifico subito: Scuola media di 2° grado per chi avesse voluto proseguire gli studi sino all’Università – Scuole Industriali per chi desiderasse avere una specializzazione nell’industria (meccanico, tessile, chimica e altro) – Scuole Commerciali, dove ci andavano gli ….altri (coloro che non avevano voglia di diventare medici o avvocati, ingegneri o letterati).

Si diceva – insomma – che le “Commerciali” preparavano i “travet” o i “giovani di studio” per un impiego in Aziende. Questi “Commerciali” potevano lavorare in uno Studio Notarile o da qualche Commercialista o in industrie di diverso tipo, ma erano sempre diplomati che avevano un’occupazione “di rincalzo” rispetto a chi doveva gestire un’Azienda Commerciale.

Ribadisco subito che questa era la teoria, mentre nella pratica, fior di impiegati gestivano l’Azienda meglio dei titolari e sapevano addirittura essere alla pari con le Leggi che costringevano pure ad essere assorbiti da persone non specializzate, ma che dovevano conservare il posto di lavoro.

Andiamo ai ricordi. Frequentavo le terza commerciale e non ero certo una “cima” a scuola (visti i voti in pagella). Diciamo che ero esuberante e che in condotta avevo spesso l’8 un tantino regalato e in qualche trimestre mi mettevano pure un 7 che faceva imbufalire mamma, ma che le serviva per farmi capire quanto a Scuola si va per imparare e non per fare “flanella” (come si usava dire).

Ricordo il prof. Giovanni Di Pietro col suo “a zappare” rivolto agli alunni con scarsa predisposizione allo studio (e su di me, il professore aveva qualche “istigazione” a farmi migliorare – diceva che avevo delle potenzialità). C’era il prof. Michelangelo Santamaria, un matematico coi fiocchi, fumatore accanito che esordiva sempre con un “io vi dico chè…” con quell’accento sul “chè” che suonava a ordine. Nell’unico 6 in matematica, apostrofò il fatto come se avesse visto la Madonna. La signorina Vasini, professoressa di Francese che a volte dava in escandescenze senza motivo. Passava dall’essere calma come una tartaruga a un’alterazione d’umore come se fosse morsa da una tarantola. Poi, per Italiano e Storia, avevamo la signora Dal Tuono.

Gli altri li lascio perdere, altrimenti facciamo …notte e rubo lo spazio per l’aneddoto. Una precisazione: dei professori citati, Di Pietro, Santamaria e Dal Tuono erano siciliani e la professoressa Vasini, lombarda.

Succede che ero relegato al quarto banco, estrema sinistra dell’aula. Non so il motivo preciso, ma durante l’ora o le ore di Italiano e di Storia, almeno 4 volte venivo ripreso dalla prof. Dal Tuono che mi trovava sempre “colpevole” di chiacchiericcio, disturbo ai compagni o chissà cos’altro.

Non protestavo; tuttavia non c’era verso di passare una lezione senza quel fastidioso “Marcora smettila“. Una mattina, la prof. ebbe un’idea che a me non garbava, ma che dovevo “digerire” per non incorrere nelle punizioni di mamma che (mai una volta) dava ragione a me per le “note a casa” o per i “castighi” inflitti e mal sopportati a scuola. Mi obbligò, Donna Dal Tuono di prendere il mio banco (allora c’era un banco per ogni allievo) e di portarlo a un metro dalla cattedra, vicino a lei, ovviamente rivolto ai compagni.

Figurarsi gli sfottò che ricevevo gratis ogni qualvolta i compagni mi vedevano “trasferire” il mio banco, a un metro dalla cattedra. Non ve li racconto. Rischio la “scomunica”. Fatto è che per quattro o cinque lezioni, mi “immolai” a quell’insano desiderio della prof. di avermi sott’occhio. Una mattina, sbottati. Decisi di non portare il banco vicino alla cattedra prima che Madame entrasse in aula. Lei passò in rassegna la “truppa” e diede l’ordine di sedersi. Volse lo sguardo alla mia postazione e con una delicatezza falsa (come quella del capo del plotone di esecuzione che sta per impartire l’ordine di fucilazione) mi disse… “porta qui il tuo banco“. Non abbassai la testa. Feci un no col capo, aggiunsi un NO perentorio con la voce. Lei insistette, io … pure. Era (il mio) un No deciso e definitivo.  Non bastò alla prof. mettermi una nota sul diario; volle dirmi “perchè non porti il tuo banco qui?”. Mi prese alla sprovvista e non avevo pronta una risposta esaustiva. E nemmeno volevo risponderle con una frase banale. Alla sua insistenza del “perchè” mi venne questa mia semplice e innocente risposta: “sa signora Dal Tuono, lei puzza sempre di marmellata“. Vi risparmio la risata collettiva del 30 e passa compagni. Fui deferito alla preside, Donna Diamante Volpato che nemmeno mi convocò in Presidenza. Convocò mamma e papà e, a casa ….. non ho più lo spazio per ….puntualizzare.

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