Maggio, adagio
Tempo di briciole

Lo vedo da lontano, Giuseppino. Lui è assorto nei pensieri. Ha gli occhi fissi sul terreno. Sembra scrutare la terra. Poi, il rumore dei miei passi lo stimola ad alzare lo sguardo...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Lo vedo da lontano, Giuseppino. Lui è assorto nei pensieri. Ha gli occhi fissi sul terreno. Sembra scrutare la terra. Poi, il rumore dei miei passi lo stimola ad alzare lo sguardo. “S’è chi, bòn“. Parole che suonano dolci ed efficaci, per chi le ascolta. Concise e incisive, come si usa a Busto Arsizio, da gente che punta sempre all’essenziale. Ah, la traduzione, altrimenti non c’è gusto. Con il “sei qui” c’è una constatazione. Con il “buono“, la gioia del rivedersi. La responsabilità di Giuseppino non si fa attendere. Attacca col “tempu da fregùi. I nostar vegi i disèan -magiu, adasi” (tempo di briciole. I nostri anziani dicevano -maggio, adagio) e c’è un mondo che si sviluppa in quelle parole che mi entrano nel cuore.

Le “briciole” a cui allude Giuseppino, sono quelle del pane. Le mamme si raccomandavano di non disperderle. Col palmo della mano, si dovevano raccogliere dal tavolo (non sempre c’era una tovaglia) oppure, quando, si spezzava il pane, lo si doveva fare sopra al piatto o sopra la scodella, affinchè tutto servisse a nutrimento e nulla buttato via. Col “tempu da fregùi” si allude alla crisi economica attuale. Che (diciamolo subito) non è quella patita al “tem’da guera” (tempo di guerra), ma non si discosta molto da allora, vista la recessione di Italia e dell’intera Europa.

Anche nella ricca America è tempo di restrizioni, ma Trump ha detto che “la crisi durerà poco; la macchina americana presto girerà a mille”. Lasciamo stare la Politica, ma andiamo avanti col nostro carissimo Giuseppino. Che la sa lunga sulla colazione del suo tempo, “candu a mama la metea lì ‘na tazina cunt’ul laci, spurcò cunt’u estratu e ‘n tocu guaiardu da pàn” (quando la mamma metteva sul tavolo, una scodella piena di latte, sporcato -usa proprio questo verbo, Giuseppino- con l’estratto di caffè, formato con ….chissà cosa…..dicevano cicoria che è un’insalata “trattata”- e un grosso pezzo di pane) “segrusu” aggiungo io o da “pan gialdu” e Giuseppino sorride. Gli garba mi sia ricordato il “segrusu” per dire pane di segale o pane giallo. Sicuramente, il mio amico Erminio Luraschi, fedele lettore del mio Dialetto, me ne parlerà quando lo andrò a trovare. Si, perchè il Luraschi, dal 1955 (sic) non solo “fa il pane” (e ci tiene a dirlo – lui, il pane che vende è quello che sforna dal suo forno ed è preparato nei migliori canoni della tradizione), ma è attento a preparalo coi vecchi metodi, per non sperdere gli usi e le abitudini di allora.

Giusepèn, adesso tira in ballo i “biciulàn” a cui aggiunge i “bumbòn” che sono la stessa cosa. Ora li chiamiamo pasticcini o addirittura mignon ….forse per far vedere che ci siamo eruditi, ma una volta col “biciulàn” si alludeva alla festa, alla domenica o a qualche ricorrenza speciale. Sempre, però con salvaguardia dei “fregui“, mai da dimenticare.

Quando Giuseppino vuole sapere come si svolgeva la “festa” in casa mia, quasi mi trova spiazzato. Cioè a dire che devo fare un certo sforzo di memoria per rincorrere i pensieri e collocarli al posto giusto, nella dimensione corretta. So che la domenica, verso sera, papà e zio Giannino rincasavano, insieme, reduci da un pomeriggio trascorso al Bar dell’Angelo di proprietà dello zio Enea. La Festa si concretizzava in partire a briscola o a scopone e, al rientro, a turno, papà o lo zio avevano in mano uno “scartozzino” con dentro i “biciulàn” ….solitamente: un cannoncino a testa, poi una pasta di diverse fogge a testa e ….due biciulàn “di riserva” nel caso qualcuno di noi, più ingordo degli altri, volesse ….gozzovigliare. Quasi sempre sentivo una voce aggiungere “làa cresi” (deve crescere) e capivo che quella frase era rivolta a me, bambino e deducevo che la “riserva” voleva dire che i due pasticcini messi in disparte erano per me.

Giuseppino se la ride. Capisco che sapeva andava così. E me lo dice pure. “Candu te parli di biciulàn te disi dàa tò mama. Ti in brasciu a le  e le cà la canta ‘na nenia e la ta disi …ta òu bèn” (quando parli dei pasticcini, evochi tua mamma. Tu in braccio a lei e lei che ti canta una nenia e ti dice …ti voglio bene)….mi viene un groppo in gola. “Dèm a bei” (andiamo a bere) taglia corto l’amico. Gli brillano gli occhi.

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