L’analisi dell’Ufficio Studi e Statistica di Camera di Commercio su base Registro Imprese
Il Teorema delle TreR trova conferma nella nostra provincia

Luciano Landoni

VARESE

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Resistere, reagire, rinnovarsi.

Lo potremmo chiamare il Teorema della TreR: la capacità del sistema produttivo locale di affrontare le incognite (sempre più numerose) di un contesto socio-economico liquido (sia interno che internazionale), ossia in perenne cambiamento.

Il Teorema delle TreR  trova piena conferma in provincia di Varese: una delle aree maggiormente industrializzate della Lombardia.

Il dato numerico parla di una leggera diminuzione, se non di una sostanziale parità: sono 60.800 le imprese attive  in provincia di Varese al 31 dicembre 2018 (-1,2% rispetto alle 61.534 del 2017).

«Nonostante le difficoltà del fare impresa oggi in Italia, questi numeri ci dicono che il Sistema Varese si conferma ancora vitale – sottolinea il presidente della Camera di Commercio, Fabio Lunghi –. Abbiamo quasi 52 imprese attive per chilometro quadrato, con punte di 100 nella parte a Sud della nostra provincia. Abbiamo soprattutto delle eccellenze riconosciute a livello internazionale che sanno coniugare innovazione e capacità operativa sui mercati di tutto il mondo, dove Varese e le sue aziende confermano la propria volontà di essere protagoniste, con una quota di fatturato generato dall’export superiore al 40%. Una capacità di resilienza che supera l’incombere dei molti problemi che pesano su chi, con impegno e determinazione, ogni giorno fa impresa a Varese come nel resto del paese».

Entrando nel dettaglio dell’analisi elaborata dall’Ufficio Studi e Statistiche della Camera di Commercio sulla base dei dati Registro Imprese, si scopre che, se per tutto il 2018 il numero delle aziende era rimasto pressoché stabile intorno a quota 61.000, una leggera flessione si è registrata a fine anno, in corrispondenza con le difficoltà evidenziate dall’economia internazionale. Una leggera flessione su cui incidono anche ragioni di carattere amministrativo: in particolare, tra novembre e dicembre sono state cancellate d’ufficio quelle attività che secondo parametri ben precisi – fissati dalla legge – sono in una situazione di non operatività da lungo tempo, ma che ancora risultavano iscritte ai registri camerali.

Per quanto riguarda poi la natimortalità negli scorsi dodici mesi, a fronte di 3.889 nuove realtà imprenditoriali, sono state 3.920 le cessazioni. Si evidenzia, quindi, un saldo negativo di 31 imprese (-0,04%). Un saldo che differisce da quello complessivo in quanto qui incidono le imprese trasferite e quelle in attesa di completare procedure amministrative (le cosiddette “sospese”).

Quanto ai singoli ambiti, si registra ancora una contrazione del tessuto imprenditoriale nell’area manifatturiera (-1,82%) anche se in rallentamento rispetto allo scorso anno, quando la variazione negativa era stata del -2,37%. Nelle costruzioni, invece, il decremento (-2,46%) è stato notevole rispetto al -1,10% del 2017. Appena sopra lo zero, poi, i servizi con un +0,02% e sempre negativi purtroppo il commercio (-1,80%) e la stessa agricoltura (-1,56%), pur su un numero complessivo di imprese limitato, pari a 1.702. Sempre in difficoltà, anche l’artigianato con 21.042 imprese a fine anno (-2,22%).

All’interno dei macro aggregati, si svelano alcune particolarità: nel manifatturiero qualche piccolo settore mostra un segno positivo: carta ed editoria, minerali non metalliferi e mezzi di trasporto; è sostanzialmente stabile, pur con segno negativo, la gomma-plastica. Nel terziario, quasi tutti positivi i comparti, a eccezione di immobiliari, trasporto e magazzinaggio, commercio al dettaglio e ristorazione e alloggio, Molto bene l’ambito della sanità privata e quello delle attività professionali e tecniche.

Quanto infine alla forma giuridica, a fronte di un aumento dello stock delle società di capitale (+1,68%), scendono sia le ditte individuali (-2,02%), sia quelle di persone (-2,73%). Soffrono insomma di più le aziende di piccole dimensioni mentre quelle maggiormente strutturate appaiono maggiormente in grado di affrontare il mercato.

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