Terra = Arret!

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Leggendo il termine “terra” da destra a sinistra, scandiremmo la parola “arret” che, per i cugini francesi, significa “arresto”, “fermata”: se avessimo la voglia di spingere le nostre coscienze a riflettere sullo stato di salute del pianeta, verrebbe da dire che le tre consonanti e le due vocali parrebbero sapientemente combinate tra loro. Crediamo, infatti, che anche ai più distratti e ai meno sensibili sia palese come il logoramento della Terra abbia, ormai, raggiunto il cosiddetto punto di non ritorno e che, conseguentemente, il pianeta nel suo roteare stia avanzando verso un destino tale da riservare soprattutto sciagure.

Se, per secoli, le fatiche e le scoperte di chi ha preceduto sono sempre andate a vantaggio di chi è arrivato poi, oggigiorno, per quanto riguarda la qualità della vita, il rapporto genitori/figli si è rovesciato a favore dei primi, nel senso che il decadimento qualitativo è, ormai, un processo irreversibile, come rivelano riscontri scientificamente sempre più impietosi. Un esempio per tutti, i 7 milioni di decessi prematuri per malattie dovute all’inquinamento atmosferico, verificatisi nel 2018.

Quando, il 15 marzo scorso, è andato in scena il cosiddetto “Climate strike”, autentica crociata a difesa del pianeta ideata dalla sedicenne svedese, Greta Thunberg, alla quale si sono uniti quasi 2 milioni di adolescenti in oltre 1500 città, in rappresentanza di ogni continente, abbiamo pensato ad una ribellione storica, civile dei più giovani nei confronti delle generazioni più adulte che hanno succhiato dalle mammelle della Terra più latte di quanto fosse logico e sensato fare. E a chi ha letto l’iniziativa come uno stratagemma per inserire un ulteriore ponte nel calendario scolastico, si potrebbe dire che la maxi serrata, in numerosi casi, delle scuole dal 18 aprile al 1 maggio risulta, forse, ben più scandalosa.

Raccogliendo informazioni a destra e a manca senza mettere il naso fuori dai confini nazionali, si capisce che la situazione è sfuggita di mano, perché taluni eventi climatici, ad esempio, non trovano una spiegazione naturale, come il vento furioso che, nello scorso mese di ottobre, ha praticamente deforestato l’Altopiano di Asiago. Sconcertante è stato il caso del capodoglio che si è arenato, più di due mesi fa, a Porto Cervo con oltre venti chili di plastica nelle viscere, mentre è dissennato prendere passivamente atto che ogni anno si gettano enormi quantità di cibo: sostanze vegetali e animali inutilmente coltivate e allevate, con spreco di acqua, energia, eccetera, che vale quasi un punto del PIL.

Ai giovani d’oggi il tema della salvaguardia dell’ambiente offre una preziosa opportunità: quella di dimostrare la loro tenacia e la loro sensibilità. Corre tuttavia l’obbligo di fare loro un paio di raccomandazioni, affinché non si ritrovino presto con le gomme sgonfie: la prima è di affrontare la battaglia da soli, ossia senza avere a fianco le generazioni più mature (queste ultime dovrebbero essere, infatti, tanto oneste da sconfessare sé stesse e, francamente, di lupi a due zampe che cambiano pelo e vizi ne esistono, a prescindere dal celebre detto, molti meno di quelli a quattro zampe che già si contano a fatica). La seconda, molto più complessa da mettere in atto, implica l’assunzione di uno stile di vita assai più sobrio di quello odierno: ipotizzare di assuefarsi a quotidianità più ecologiche non sarebbe sufficiente, se tali abitudini implicassero consumi di risorse naturali tali da non consentire alle medesime di rigenerarsi adeguatamente, prima del successivo prelievo. Nel 2018 il consumo delle intere risorse naturali che la Terra riproduce nell’arco di un anno è avvenuto in 213 giorni. Così non va. Preservare l’ambiente non significa solo proteggerlo dai veleni che oggi vengono inoculati tramite aria o acqua, ma anche non intaccarlo nella sua consistenza, affinché possa continuare a soddisfare i bisogni legittimi della razza umana.

Olindo Garavaglia

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