Un editoriale un po’ così…

Per “alleggerire” la cronaca che contiene “tante cose brutte” e, secondo, per far capire alla gente d’oggi che occorre imparare dalla gente di ieri

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Storia antica, non antichissima. Di quando i coniugi si davano del “vu” (voi) e il “ti” (tu) era quasi un vezzo. Allora, le donne portavano “ùl scusaòn” (un grembiule che arrivava alle caviglie) e ai piedi indossavano “ì zucraùni” (zoccoli di legno, con nastrino di pelle sul collo del piede). A Messa c’era la divisione fra maschi e femmine, con le femmine a indossare un velo (quasi sempre nero) a coprire il capo. E guai entrare in chiesa scamiciati. Un po’ bruscamente, il prete invitava gli “scostumati” a lasciare la chiesa. La perpetua, poi passava a raccogliere le offerte, fila per fila. In verità passava fra la gente due volte: la prima per riscuotere il posto a sedere e la seconda per l’offerta alla chiesa.

Il prete officiante, inoltre, passava in rassegna i fedeli e guai trovarsi fuori posto. Sembrava autorizzato a far predica per le mancanze, per poi analizzare il Vangelo sotto l’aspetto clericale, con qualche riferimento al mondo d’oggi (ovviamente riferito all’epoca). Siamo al tempo dove in città governavano il Sindaco, il Medico Condotto e il Parroco. Le Forze dell’Ordine erano… a supporto. Intervenivano unicamente in casi gravi e quasi mai per piccoli furti, liti in pubblico con qualche tolleranza per quelle in famiglia.

Busto Arsizio non era diversa dai Comuni vicini, tipo Gallarate o Legnano. Quelli più piccoli sembravano “immacolati”, tanto succedeva nulla. Chiamare qualcuno coi “capelli bianchi” a raccontare fatti eclatanti accaduti qui è quasi una scommessa. Si ricorda il sacrificio del Brigadiere Nannetti, ucciso in pieno centro, quando affrontò eroicamente un panettiere che aveva tenuto in scacco la famiglia e che aveva procurato una folla strabocchevole che occupava l’intera Piazza San Giovanni sino a tutta via Milano.

L’altro evento eclatante, quando un aereo della TWA si era schiantato in territorio di Olgiate Olona, ma che fece approdare le numerose vittime in Basilica San Giovanni. Evento tristissimo che Busto visse con una partecipazione di popolazione straordinaria.

Per il resto, ordinaria amministrazione. Per dire che la vita di allora era più tranquilla e che la gente di allora era più disciplinata rispetto a quella attuale e aveva un senso di rispetto carismatico sia in casa sia nei confronti dell’Autorità. Le strade erano pulite, anche dopo il passaggio dei cavalli da tiro che trainavano i carretti. I “resti” venivano raccolti dallo stesso carrettiere o “regalati” ai ragazzi che ne facevano richiesta per “fare un piacere a casa”. Il motivo era sconcertante: si utilizzavano quei “resti” per concimare i fiori nell’aiuola, ma pure nei vasi che si ponevano fuori dalla finestra di casa. Stessa sorte per la “buascia” che altro non è se non la cacca della mucca. Serviva per il “rudu” (letame) che poi veniva utilizzato per la campagna, a concimare il terreno e a inondare di “profumo” insieme alla “latrina” (escrementi organici) depositata nella garitta posta in prossimità del giardino che veniva utilizzata dalle famiglie che abitavano le case di ringhiera.

In casa non esistevano le smancerie. Parlata sobria, confidenziale sino a un certo punto e quasi sempre una specie di “sentenza” per ogni argomento. Guai contraddire uno più vecchio di noi e quando accadeva ci si sentiva dire “senza tèma” che suona un po’ come “senza rispetto”. Non è che i genitori fossero “gendarmi”, ma una certa soggezione, la incutevano e non c’era bisogno di ripetere due volte un “ordine” o un “invito” a compiere un’azione.

Il peccato più grave di allora era quello di sentirsi dire “lazaròn” (lazzarone) che, per un Bustocco, equivale a dire “buono a nulla”, ma pure menefreghista, incapace, indolente e quant’altro. Quando poi si incontravano due datori di lavoro, il saluto era “ma’l và ùl lauà” (come va il lavoro). Da lì si comprendeva se uno stava bene o se stava male. L’andamento del lavoro equivaleva al benessere  e alla buona salute. Perché un Editoriale così? Primo, per “alleggerire” la cronaca che contiene “tante cose brutte” e, secondo, per far capire alla gente d’oggi che occorre imparare dalla gente di… ieri, cos’è la tolleranza e cos’è il vivere in comunità. Sentire che tutto va male, senza un esempio di qualcosa che va bene, non è bello, oltre a essere inverosimile.

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