- InformazioneOnLine - http://www.informazioneonline.it -

Un filo… lungo 100 anni

Le radici sono profonde e il coraggio di guardare avanti è perennemente giovane: generazione dopo generazione, anno dopo anno.

La Tintoria Crespi Giovanni & C. Srl è stata fondata in quel di Busto Arsizio da Giovanni Crespi nel 1919 e, dopo 100 anni, alla guida della società industriale c’è il nipote del fondatore: Michele Ferrario, classe 1964, la 4° generazione imprenditoriale.

“Agli inizi del secolo scorso, un periodo di grande fermento per tutta l’Europa, il mio bisnonno Giovanni iniziò la sua attività di nobilitatore di tessuti – racconta Michele Ferrario dalla sede storica in via Silvio Pellico, 6 – e puntò da subito sulla qualità tingendo prima il filo e poi i tessuti. Un insegnamento che è rimasto nel Dna dell’azienda: oggi, nonostante le difficoltà crescenti sia nel mercato interno che in quello internazionale, lavoriamo una media annua di 10-12 milioni di metri di tessuto (prevalentemente cotone e lino) e ci siamo specializzati nell’abbigliamento uomo/donna di alta gamma”.

Le origini non si dimenticano mai, l’importante è non perdere di vista l’aggiornamento della propria attività; soprattutto in un contesto in perenne evoluzione come è quello della cosiddetta “società liquida”.

“Certo. D’altra parte, è sempre stata una nostra caratteristica anticipare i tempi. A cominciare dall’esperienza umana e professionale di mia nonna Lucia, figlia del fondatore”.

In che senso?

“Mia nonna, dopo essersi separata dal marito, si sentì dire da suo padre: se vuoi tornare a casa, sappi che da domani dovrai metterti a lavorare in azienda. Lucia, donna di carattere forte e di temperamento ancora più forte, prese in parola il padre e lo fece con una tale dedizione e un tale impegno da diventare in breve tempo il cuore e la mente dell’azienda di famiglia. Fece tutto da sola, anche perché suo fratello Nino morì giovane negli anni ’50. Bisogna tenere conto del periodo storico per capire cosa volesse dire, in quei tempi, per una donna, anzi per una donna separata, farsi carico del destino di un’impresa industriale. Oggi si parla di emancipazione femminile: mia nonna diversi decenni fa l’emancipazione se l’è conquistata con i  fatti, con il lavoro, con il carattere. Insomma, una vera e propria signora Thatcher in forte anticipo sui tempi”.

Della serie: se ci credi veramente, puoi fare tutto?

“Se non proprio tutto … quasi. Mia nonna Lucia morì nel 1990, era nata nel 1909. Le redini dell’azienda vennero prese da suo figlio Giulio: mio padre, la 3° generazione imprenditoriale”.

Così arriviamo alla 4°, cioè a lei.

“Esattamente. 100 anni di vita aziendale sono un traguardo importante, raggiunto in un momento storico-economico particolarmente tosto e complesso. Mi sento sulle spalle una grande responsabilità, direttamente proporzionale alle grandi difficoltà del momento”.

La Tintoria Crespi Giovanni & C. Srl attualmente impiega 83 persone e fattura 7 milioni su base annua.

Proprio in questi giorni il Centro Studi di Confindustria ha esternato tutta la grande preoccupazione degli industriali in merito allo stallo dell’intero sistema Paese, la cui crescita rischia di essere uguale a zero. Cosa ci dobbiamo aspettare? 

“Il 2019 sarà di certo un anno difficile. Noi, come azienda conto terzi, viviamo di riflesso le fortune/sfortune dei nostri clienti”.

Qual è il segreto per superare un periodo di crisi che ha avuto inizio nel lontano 2008 e che, soprattutto in Italia, è tutt’altro che finito?

“Non c’è, purtroppo. L’unica cosa è mantenere stretto il legame con la clientela che crede nel made in Italy e riesce, malgrado tutto, a esportarlo in tutto il mondo. Il prodotto di qualità è e rimane il fattore fondamentale. Bisogna lottare quotidianamente per mantenere la qualità. La nostra è una mano d’opera altamente qualificata che ci permette di essere dei veri e propri partner dei clienti, quasi fossimo dei loro azionisti”.

A proposito di personale, soprattutto il settore tessile denuncia una carenza di figure professionali tecniche sul mercato: è proprio così?

“Sì. Per assurdo, da un lato la filiera ha perso mano d’opera e dall’altro fa una gran fatica a trovare personale adeguato. Si deve puntare sulla formazione professionale. Il problema vero è che il nostro settore esercita una scarsa attrazione. Ciononostante abbiamo un gran bisogno di tecnici”.

Come vede, in due parole, il futuro?

“Molto incerto. Sia a livello nazionale, sia a livello internazionale. La concorrenza si fa sentire ed è sempre più difficile esportare. Il fattore moda incentiva un consumo di qualità, ma non è facile assecondarlo, mantenerlo e incrementarlo. La grande sfida è tenere insieme la qualità elevata di una lavorazione artigianale (più i servizi post-vendita) innestata in un corpo industriale. Preservare una simile struttura, con i costi sempre più alti, non è semplice”.

Che mi dice della fabbrica 4.0?

“Uno dei problemi più rilevanti per l’intera filiera produttiva del tessile-abbigliamento italiano è la mancanza di margini adeguati. Questa carenza si scontra con la necessità di innovare: noi adeguiamo il nostro processo produttivo in una condizione complessiva di risultati altalenanti. Una possibile via d’uscita la vedo nell’aggregazione di aziende serie, così da modernizzare costantemente i processi produttivi. In ogni caso, tutte le nostre macchine sono informatizzate e dialogano fra di loro”.

Cosa ci vuole per (ri)scatenare la ripresa?

“Il nostro Paese deve tornare a dare valore alle imprese manifatturiere. Le aziende eccellenti stanno diventando delle eccezioni e non più la norma. La filiera tessile italiana ha subìto dei duri colpi, stante un rafforzamento delle filiere presenti in Turchia, in Cina e in India. Il governo in carica, al di là delle contrapposizioni al suo interno, continua a parlare attraverso slogan e di fatto agisce poco. Senza industria il nostro Paese finirà per spegnersi, non si può vivere di soli servizi. Dobbiamo recuperare al più presto fiducia e stabilità. Senza fiducia non si investe perché non si crede nel futuro”.