Ai tempi “miei”
Un pizzico di semplicità

Chiamiamola filastrocca, nenia o cantilena, ma ciò che sto per scrivere si usava ai tempi miei, quando si voleva giocare coi bimbi o quando si voleva intenerirli e offrire loro un pizzico di semplicità. Si faceva così...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Chiamiamola filastrocca, nenia o cantilena, ma ciò che sto per scrivere si “usava” ai tempi miei, quando si voleva giocare coi bimbi o quando si voleva intenerirli e offrire loro un pizzico di semplicità. Si usava così… “piziga, muliga, la gata la riga; riga rigòn, fasò da melòn. Sabat de sera ga canta’l gal, fora la musca dentar’l caval“. Chiedo aiuto ai vecchi Bustocchi o a chi del Dialetto Bustocco se ne fa una ragione. Io ci metto “del mio” per tentare (almeno) di arrivare ad una logica comprensione. Cominciamo!

Prima però si deve illustrare la scena: si faceva stendere la manina del bimbo e (facendo finta) di pizzicare quella tenera pelle, si passava da dito a dito per poi farne ritorno sino a esaurire la… cantilena, filastrocca. Dunque: il “piziga” è pizzica. Il “muliga” con so cos’è. La “gata la riga” vorrebbe dire (utilizzo il condizionale) che la gatta si mette in riga. Poi, c’è sempre la “riga” con l’accrescitivo “rigon” che (suppongo) si riferisce a una… grossa riga. E i “fasò da meloòn” si traducono in fagioli di melone… sì, ma quali fagioli? E quale melone? Poi arriva il “sabato sera, quanto canta il gallo“. Qui siamo di fronte a un ossimoro. Il gallo deve (dovrebbe) cantare all’alba per svegliare il pollaio, ma la filastrocca dice “sabat de sera” e andiamo allo… sconcerto. “fora la musca, dentar un caval“… fuori da mosca (da dove?) e dentro il cavallo (in dove?).

Si capisce che sono un tantino perplesso, ma la filastrocca era così composta. Con quale risultato? Che a ogni passaggio di doveva “ritirare” il ditino del pargolo e si proseguiva con identica parsimonia e pazienza a ricominciare col… “piziga muliga…” sino ad arrivare a contare un solo dito dalla manina e a quel punto si “pretendeva” di vedere sghignazzare dalle risate il “povero bambino” che, dentro la sua testolina deve aver pensato sconcertato circa il significato di questa “nenia” forse per deficienti e non per bambini normali. Oppure, il pargolo ha preso visione di come genitori e nonni arrivano alla demenza precoce e nemmeno pensa alla schizofrenia degli adulti.

Ne volete un’altra di “incomprensibile” cantilena? Buttiamola giù e mi aspetto le critiche fustigatrici dei pazienti lettori. Dice così: “auli ulè, cata musè, ca ta prufita lusinghè, tululem blem bleu, tululem blem bleu“. Per la traduzione, non mi ci metto, Qui siamo all’invito di chiamare la “Croce Verde” o qualcuno della “Paolo Pini” e “fàl menà via” per un ricovero immediato. Quindi mi giustifico e cerco di pararmi il c… contenuto. Non so come si traduce quanto sopra, ma so che si usava quel “auli ulè” per la conta. La cosiddetta “conta” serviva per affidarti alla sorte. D’accordo, c’era il “pari e dispari” col “bim bum bam” e in simultanea, i contendenti dovevano mettere ben in evidenza la rispettiva mano per contare il numero della dita indicate: tre + due = cinque (vince il dispari) oppure due + due = quattro (vince il pari) e, ovvio per le varie combinazioni si agiva di conseguenza.

La “conta” si applicava sempre per un inizio del gioco, ma pure per un senso di giustizia che consentiva al vincente di scegliere la strategia del gioco o chi doveva iniziare il gioco e…. a proposito del gioco m’è venuta in mente una scenetta niente male. Dopo la conta, per giocare “a scondàs” (nascondersi) e chi “era sotto” vale a dire, colui che doveva contare per dare tempo agli altri di trovarsi un nascondiglio, doveva contare fino a 100 (o a 60 o a 80… lo si stabiliva prima), poi a conteggio ultimato, chi “era sotto” sentenziava “chi ghè den ghè den, chi ghe fòa che fòa” (chi è nascosto, è nascosto, chi non lo è… peggio per lui – traduzione illustrata, insomma).

La scenetta: “ero sotto” io e mi accingevo a cercare (scovare) gli altri. Con circospezione mi guardo in giro e cerco qualche indizio per arrivare alla “scoperta” ….che so, un fiore che ondeggia, un pezzo di maglia non nascosto… un oggetto che si muove e… mi viene in mente di perlustrare il fienile… si sa mai. C’è un mucchio d’erba e tutto tace e tutto è immobile. Ho a portata di mano il forcone che serve per rivoltare l’erba per farla essiccare bene. Prendo il forcone e… zac, un colpo secco nel mucchio. D’acchito un urlo alla Tarzan e Gianni che salta fuori ululando. Corro a “cusarlo” e vuol dire che l’ho trovato e che al prossimo giro dovrà “star sotto lui”. Fatto è che Gianni continua a urlare (direi ululare, come fanno i lupi) e tutti prendono atto che Gianni perde sangue dal culo. Accorrono le mamme e provvedono per l’occorrenza. Anche la mia… provvede alla bisogna e immaginate come. So che l’indomani, per andare a scuola ho dovuto indossare i pantaloni di mio cugino Pasquale, di 6 anni maggiore di me.

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