Un tuffo nel dialetto

Tuffiamoci nel Dialetto Bustocco ....senza pretese; solo per ricordarlo a vecchi e nuovi Lettori. I primi, per ....non dimenticare e, i secondi per ribadire la nostra discendenza dai Liguri che ebbero unicamente questo "pezzo di terra" non adatto alla pastorizia e all'agricoltura, lasciato libero dai Celti che occuparono la Lombardia

Busto Arsizio

Gianluigi Marcora

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Tuffiamoci nel Dialetto Bustocco ….senza pretese; solo per ricordarlo a vecchi e nuovi Lettori. I primi, per ….non dimenticare e, i secondi per ribadire la nostra discendenza dai Liguri che ebbero unicamente questo “pezzo di terra” non adatto alla pastorizia e all’agricoltura, lasciato libero dai Celti che occuparono la Lombardia.

Parole e Detti qua e là, senza un senso logico, ma parole Bustocche quasi dimenticate e che si devono ricordare per la parlata indigena, un tempo utilizzata dai nostri …avi. Un “detto” a caso: “sghia pan misti” che nella traduzione lessicale è “strappa, sgretola, pane misti” dedicata a chi aveva un appetito da cerbero e che “frantumava” ogni tipo di cibo. Del resto, i “pani misti” avevano una forma circolare, con tanta “consistenza”. Non le solite “michette” tuttora in uso, dal formato di panino, ma “pane misto” prodotto con farine varie, a poco prezzo, ma pronto a soddisfare la fame. Andate dal Luraschi (forse l’unico laboratorio di pane che coltiva la tradizione Bustocca). Chi “sghiava” (termine puramente bustocco) aveva tanta, ma tanta fame. Il termine “sghia” lo si utilizza soprattutto per chi “strappa” una pagina di giornale o la carta in genere e, arrivare a “sghiare” anche il pane, la dice tutta sulla sua proprietà di intenti.

Mi viene in mente un altro detto. Forse poco edificante, ma fa parte della nostra parlata. Si riferisce a donne di facili costumi, forse insaziabili, tuttavia morbose e voluttuose. Cos’è? Eccolo servito: “strangua piciarliti“. E qui è necessario illustrare meglio il senso della frase. “Strangua” è prettamente “strangolare” e che ci azzecca coi …piciarliti? Sapete bene, a cosa ci si riferisce. Il “piciarlino” (traduzione spicciola in italiano) è l’organo genitale maschile di un neonato o di un bambino. Ha (ovviamente) dimensioni ridotte rispetto agli adulti e deriva dal “picio“, forma ufficiale.

Accostarlo allo “strangua” vuol significare l’insaziabile voglia di una donna nei confronti del proprio uomo. Lo “strangolare” l’emblema del sesso maschile è puramente pleonastico, ma sta a significare l’ardimento con cui una donna si approccia all’uomo. Non mi risulta la frase invertita: quella cioè della “fame” di un uomo nei confronti di una donna. Non si parla d’amore, in questi casi. Solo e unicamente di …bramosia dei componenti la coppia.

Poi ci si potrebbe sbizzarrire coi modi di dire in merito che annoverano termini simili “à Buatàna” per indicare una donna sciatta e (forse) brutta che abitava alla Cascina Burattana che oggi abbisogna di interventi strutturali per mantenerla in vita. Ebbene, ancora oggi, alla vista delle “donne da strada” si parla della “Buatàna“.evidentemente, in tempo immemore, la conoscevano in tanti. Subito dopo, prese piede “à bersagliera” altrimenti detta “Milia vacca” ingentilito con “Milia matta” o volgarizzato con epiteti che non è bello mettere sulla carta. Di certo, le “battaglie” su strade della Milia, durate per oltre cinquant’anni hanno fatto “del bene” a generazioni di maschietti e la “Bersagliera” sapeva il fatto suo con il “cliente”.

Bello dire ora ….”e tu che ne sai?” – Ne so qualcosa per i commenti, i sentito dire, le parole diventate testimonianza degli adulti che coinvolgevano le nuove generazioni. Non certo per avere raccolto “prove sul campo”. Addirittura c’è stata una vignetta su “Che Baraonda” dove si ritraeva il “luogo di lavoro” della Milia, con tanto di cartello “apocrifo” con l’indicazione “via della Bersagliera” che ovviamente la Polizia Locale ha tolto per ….non avere riscosso la tassa comunale sulla pubblicità.

Attinente al tema, ci sono parole tipo “logia” o “purscèla” o “troia” con radice comune, la maiala o “vaca” che non hanno tanta.. eleganza, ma che si utilizzavano per commentare il “mestiere più vecchio del mondo”. Ovvio che per i maschietti non si sentivano dicerie, ma la “colpa” non è degli storiografi, ma era da attribuire al “casèn” (casa di tolleranza) chiuso con la Legge Merlin nel 1958.

All’epoca avevo 12 anni. Allora non si era svegli come i ragazzi d’oggi. Addirittura non si capiva come, dopo il lavoro in fabbrica, c’era un andivieni in “via degli osti” a Busto Arsizio. Chi chiedeva spiegazioni si sentiva rispondere “va via figatèl” dopo capirai!

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