Modi di dire popolari
Vecchi detti

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

Pubblicato il:

Stampa questo articolo

Vecchi detti: “se ‘n corpu l’e sàn, làa pissà teme’n càn“. Metro di paragone eloquente, significativo, da tenere in considerazione. Quindi: “se il corpo è sano, deve pisciare come un cane“. C’è da dire e da domandarsi: perché effettuare la minzione, come il cane? – risposta… lapalissiana… il cane fa pipì (o come si usa dire oggi – plin plin) dappertutto; a ogni angolo, sul tronco di ogni albero che incontra, a ogni crocicchio. Motivo? Gli esperti dicono che il cane compie questo “esercizio” per segnare il suo campo d’azione.

Visto che siamo ad agosto, cambiamo argomento di trattazione. Uno sguardo ai mesi passati, lo si deve volgere. “Giugn e lùi, a tera l’à bùi” (giugno e luglio, la terra bolle), nel senso che fa caldo e che questi due mesi dell’anno sono caratterizzati dal grande calore che si sviluppa tutt’attorno sia in casa sia nelle campagne.

A questo punto entra in scena il Giuseppino… vero che qualche Lettore pensava che me ne fossi scordato? Sul “Bustocco”, Giusepèn è insostituibile. “Conta su” (racconta) dice subito, “ùl miagòn al mustrèa i so spighi; i paesàn i caeghèan i carètòn e ‘na oelta a cò, s’à preparèan a bòti” (il frumento evidenziava le sue spighe; i contadini caricavano i carretti e una volta a casa si preparavano a batterle, a staccare il grano dalla spiga). C’era poi il “lavoro” dei bambini; quello che fa ricordare “la spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini che racconta della fallita spedizione di Carlo Pisacane contro gli Asburgo che regnarono sulle “Due Sicilie”.

Anche allora, a raccogliere le spighe erano i bambini che facevano a gara a ripulire il terreno e a presentarsi dopo, per la doverosa mancia che era sempre gratificante, “condita” dai dolci preparati dalle mamme e da una “bevuta” di… acqua e limone o spremuta di albicocche o di ciliegie raccolte e conservate per la bisogna. La festa “ruspante”, genuina, priva di ogni alterazione… come il pollo che razzola sul terreno, conteneva l’armonia di qualche canto che alleviava il lavoro che a tratti aveva bisogno di un “rinfresco alle ugole” a suon di “cazzu” (mestolo) dentro un secchio colmo di vino fresco e frizzante.

Si lavorava “al rabatòn dùl su” (sotto il sole cocente) “suta à capelòsci grandi” (sotto enormi cappelli) che proteggevano da un’eventuale insolazione. Vedevi visi scavati dai solchi della fatica, mani callose che mostravano sul palmo una “corteccia” assai dura che peraltro proteggeva dai colpi inferti dalla zappa o dal forcone che si utilizzava per caricare il frumento e per voltarlo e rivoltarlo per farlo asciugare. Il lavoro veniva eseguito da una squadra di contadini. Uno aiutava l’altro e tutti insieme completavano l’opera per non lasciare il grano a essiccare in campagna o per avere metà del raccolto, non ancora portato a casa, per poi riporlo nel fienile prima della battitura.

Discutere ora di quel “lavoro infame” (nel senso che si svolgeva esclusivamente a mano – pochi “paesàn” potevano permettersi i vari macchinari) diventa pleonastico, quasi superfluo; tuttavia quel massacrante lavoro aveva la valenza di mostrare la realtà di quell’immane fatica.

Soltanto a sera….o meglio, all’imbrunire, col sole che tramontava adagio, per non far rumore; col cielo che si incendiava senza ritegno, laggiù in fondo, lasciando trasparire ombre affaticate….a sera, quando la lingua era sciolta da sorsi abbondanti di vino, mescolati con qualche boccone di formaggio estratto dalla “muschiròa” (cassettina costruita in compensato con un reticolato finissimo) si faceva un inventario del lavoro svolto. E gli adulti riconoscevano il lavoro dei bambini che….guarda caso, aspettavano quei momenti per sentirsi gratificati per l’opera svolta ….poi qualche moneta scivolava in tasca e l’orgoglio di tutti, era mostrarla in casa. Le mamme di ciascuno di noi fornivano un’identica risposta “brau, te l’è guadagnàa….tegnassela par ti” (bravo te la sei guadagnata….tienila per te”) ed era festa nella festa.

Copyright @2020

DALLE RUBRICHE