Dentro l’essenza di uno stile di vita
Verso la Gioeubia

A grandi passi si va verso la Gioeubia. Non è una festa qualunque. Ha una storia. Specie per chi, la Gioeubia l’ha vissuta.

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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A grandi passi si va verso la Gioeubia. Non è una festa qualunque. Ha una storia. Specie per chi, la Gioeubia l’ha vissuta. Dentro l’essenza di uno stile di vita. Che ha bisogno di preparativi, di osservanza al rito. Di pura coscienza di quel che è la Gioeubia e di cosa rappresenta. Non una festa, ma la festa per eccellenza. Il significato puro e crudo della Gioeubia va subito ricercato nel giorno in cui si svolge. Che è l’ultimo giovedì di gennaio. Non a caso. Specialmente nella “società contadina” si aspettava il rinascere della natura. Per poter rioffrire alla campagna il “pretesto” di svegliarsi dai rigori dell’inverno. Come a dire: senza raccolti non si vive e senza raccolti non è possibile offrire alla famiglia i beni di sostentamento.

Quindi, l’ultimo giovedì di gennaio si “brucia l’inverno” quasi a esorcizzare il freddo e il gelo che, sommati alla nebbia “ca t’è pudèi taià cult’ul curtèl” (che avresti potuto tagliare col coltello, tanto era fitta), davano la stura a tanti pensieri cattivi. Per “bruciare l’inverno” occorreva un grande falò…. stile Giovanna d’Arco e, per avere un grande falò era necessario raccattare ovunque “roba da bruciare”. Nelle campagne spoglie c’erano “i scaròn” (arbusti della pianta del granoturco) e, in giro c’era legna a tutto spiano “sciòchi da rubina” (ceppi di robinia) e magari qualche tronco di pianta morta, lasciato in campagna in attesa di essere raccolto.

Già, ma un falò senza un “personaggio” che ci sta a fare? Ecco allora salire in cattedra la Gioeubia, sempre raffigurata come una Befana, ma non era per niente la Befana del 6 gennaio, ma una vecchia stizzosa e un tantino lugubre che andava “immolata” per il bene della collettività. Per “confezionare” la Gioeubia (ovvio) era necessario avere stracci e vecchi indumenti non più “voltati e rivoltati” e approntare un fantoccio. Per raccattare il necessario per una Gioeubia “seria” era necessario l’impegno di tutti e tutti si davano da fare. Guai avere una Gioeubia misera. Così, si sviluppava una “gara” per chi approntava la Gioeubia più bella e più “affascinante” e alla sera, su licenza della famiglia e tolleranza della maestra per il giorno dopo, si poteva far tardi ad andare a letto e i compiti da portare il… venerdì erano sempre pochi.

Appena dopo cena (minestra sempre o di riso o di pasta – una michetta con una fetta di zola o di spalla e una mela) e via di filato in campagna o nel cortile o dove gli adulti ti concedevano il permesso e avanti con la festa… la Gioeubia attendeva sorridente (e per nulla sconsolata, nonostante il rogo) e si cominciava col fuoco e subito appresso, col canto. Tutti in coro; grandi e piccoli, si intonava la canzone (senza orchestra) che dice: “a Gioeubia, a Gioeubia la mangia la cazòla, la mangia la pulenta, a Gioeubia l’è cuntenta. L’è cuntènta in ginugiòn e la disi i uraziòn” Seguivano, urla e battimani. Che cervello, ragazzi. Ecco la traduzione: “la Gioeubia (ripetuto due volte), mangia il bottaggio, mangia la polenta e la Gioeubia è contenta.  E’ contenta in ginocchio (ma se era ritta e attaccata a un palo, come poteva essere in ginocchio?) e in quella reverente posizione, recita le orazioni o preghiere che dir si voglia”.

Visto? Sacro e profano; speranza e rito a cui ottemperare. Intanto in casa si pensava al “dì scènen” (giorno di una cenetta) e per restare nella “liturgia” era sacrosanto mettere in tavola un “piatto Bustocco“, come i “bruscitti” ad esempio, ma pure “ùl risotu cunt’a luganiga” (risotto con salsiccia) o i “cudighi” (cotenne) che erano rimaste dalla “cazòla” (bottaggio).

Da non dimenticare che dopo la filastrocca, c’era la “prova di coraggio” e consisteva nel lanciarsi attraverso le fiamme con un pizzico di tolleranza dei genitori che si limitavano a scuotere la testa di fronte a questi gesti “inconcepibili” e abbastanza cretini. Non c’era ragazzo che dopo la “prova di coraggio” non avesse i capelli bruciacchiati, mani e faccia con bruciature varie e qualcuno arrivava perfino alla bruciatura forte. L’indomani mattina, a scuola, si parlava solo dell’avventura della propria Gioeubia, con la certezza che l’inverno era “morto”, la campagna poteva essere seminata e il raccolto sarebbe risultato copioso. La Gioeubia 2018 si festeggia il 25 gennaio e sarà una Festa di massa!

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