Voglia di dialetto

Quando mi prende la voglia di Dialetto, non riesco a lasciarla passare. Devo “prenderla per mano” e insieme “guardarci dentro” per vedere il tempo che passa, ma pure il cambiamento dei costumi che non lasciano scampo, talvolta, alle tradizioni

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Quando mi prende la voglia di Dialetto, non riesco a lasciarla passare. Devo “prenderla per mano” e insieme “guardarci dentro” per vedere il tempo che passa, la mutazione del tempo, ma pure quella dei costumi che non lasciano scampo, talvolta, alle Tradizioni.

Sto pensando alla “sghèa” che in tanti non sanno cos’è e che in pochi ipotizzano. Visto lo stupore creato in Redazione, ne parlo… anzi, ne scrivo. La “sghèa” è quella particolare riga fra i capelli, la cui primogenitura spetta a ogni mamma. Del resto, è lei che pettina la bambina o il bambino ed è lei che dà l’iniziazione a un “rito” che diverrà perpetuo, ma pure adattabile alla personalità dell’individuo. Chi porta i capelli all’indietro, non ha bisogno della “sghèa“. Chi invece vuol darsi “un tono” o comunque adattare la propria capigliatura alla moda o a uno stile particolare, adotta la “sghèa“. Che può essere quella “inventata” da mamma quando addirittura si era in fasce, ma pure modificandola mano a mano che si cresce.

Quindi, la “divisione” dei capelli può essere centrale (specie per le ragazze), ma può essere adottata sul lato destro della testa; su quello sinistro, in centro, ma pure in una parte qualsiasi della testa. Non è la “sghèa” il cosiddetto “riporto”, vale a dire, l’adattamento che si fa, quando si perdono i capelli. Di “riporto” ce n’è di molteplici specie… alcune addirittura ridicole e tali altre adattabili alla bisogna. M’è capitato di vedere un “riporto” con capelli (pochi) sulla nuca (solo sulla nuca) e, un “giro vizioso” che porta i capelli cresciuti sino alla fronte. Ovviamente, quei capelli, sono “incollati” dalla lacca e, nel limite del possibile, fermati dagli occhiali che fungono da “cerchietto” per impedire al “ciuffo” di sciogliersi. La “comica” arriva quando tira un refolo di vento. Vedi ciocche di capelli che si espandono a dismisura sulla testa, lasciandola a tratti, nuda. E vedi pure capelli che scivolano sugli occhi dove una mano fa da “tergicristallo” per spazzarli via e consentire a chi ha questo problema, di vedere bene.

Adesso ho un’altra parola da prendere in esame (ovviamente in Dialetto Bustocco): “ùl ginogiu” vale a dire, il ginocchio. Tutti sappiamo cos’è: sostantivo maschile, dove la gamba si articola con la coscia. A Busto, “ùl ginogiu” viene usato parecchio. Non solo per indicare la parte del nostro corpo, ma pure per indicare come ci si sta in chiesa (ad esempio) “in ginogiu” (in ginocchio), ma pure per indicare una marachella “t’è ghè i ginogi pèai” (hai le ginocchia pelate), ma pure per indicare la stessa parte degli animali, quando si va dal macellaio a chiedere “ùl ginugèn“.

Tuffiamoci ora in una disquisizione che ai più sembra pleonastica, ma a ben riflettere, la frase che indicherò, illustra benissimo la situazione reale, ma diventava incomprensibile ai ragazzi, per esempio.

Eccola, allora: “làa màasi” letteralmente “deve ammalarsi” e quando si era ragazzi, a sentire questa frase, ci si immaginava chissà quali sciagure. Quanto meno, una riflessione. Del tipo: “ma come? si ipotizza a priori che la donna deve ammalarsi? E perché mai? – Bene; quella frase significava che una donna è incinta e che dovrà partorire. Significava pure che una donna, anche se magrissima, anche se ad occhio nudo non si vedono le sue condizioni, aspetta un bambino. Oggi si dice “stato interessante”… che mutazione dei tempi.

Quindi, con “làa màasi” si informava l’ignaro o chi non conosceva quella situazione di andare incontro a una maternità, dello stato attuale di una moglie, di una figlia o di un’appartenente della famiglia. Ovvio che lo si diceva anche per parenti, amici o conoscenti, ma il “làa màasi” era una prerogativa della famiglia di colei che sarebbe diventata mamma.

Visto che ci siamo, diciamola tutta. Quando una ragazza o una donna non sposata, aspettava un bimbo, il “làa màasi” diventava una colpa, un oltraggio alla decenza, quasi un… reato e quante possibili madri hanno dovuto sopportare le “fatali” conseguenze! Inutile elencarle, ma chi aspettava un bimbo prima del regolare matrimonio, ben difficilmente trovava marito e ben difficilmente era considerata una “bròa tùsa” (brava ragazza) come se la “colpa” fosse tutta da attribuire alla donna o alla ragazza. Per fortuna i tempi sono cambiati, tuttavia c’è da considerare  che le regole vanno rispettate, ma non si deve in alcun modo considerare il fatto, una colpa.

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