Ero alle elementari...
Volevo andare in bicicletta

Quel giorno, a scuola, volevo andarci in bicicletta. Ero alle Elementari. Da casa mia, alle "Ezio Crespi" sì e no ci sono 6/700 metri in linea d’aria. A scuola si andava a piedi...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Quel giorno, a scuola, volevo andarci in bicicletta. Ero alle Elementari. Da casa mia, alle “Ezio Crespi” sì e no ci sono 6/700 metri in linea d’aria. A scuola si andava a piedi. Via Codogno, via Cremona, via Arnaldo da Brescia (tutte rigorosamente non asfaltate) poi Corso Italia e subito via Luigi Maino, in una struttura (quasi) nuova di zecca. I bambini gironzolavano intorno per gli ultimi “minuti d’aria” prima di tuffarsi negli studi. Quel giorno, a casa era giunto Alberto Ferrario, provetto elettricista che aveva un impegno con lo zio. Si era offerto di accompagnarmi a scuola ….dimenticavo: si andava in classe anche di pomeriggio, tranne il giovedì e il sabato, quindi, quale ghiotta occasione per provare l’ebbrezza delle “due ruote” sia pure montando in canna trasversale, come avevano tutte le biciclette per maschietti.

Alberto – poi – oltre ad essere un amico di famiglia era pure un corridore provetto e, per lui era un gioco da ragazzi spingere sui pedali con una “zavorra” sulla canna. Ero così felice che mi divincolavo come quando si è sul treno e ci si sporge dal finestrino per godere del paesaggio. Anche Alberto non si mostrava triste nel avermi “a carico” e alè, via nella grande avventura. Qualche sasso si frapponeva tra i tubolari e la strada e qualche “sussulto” lo avvertiva il mio deretano che già era in una posizione scomoda…. figurarsi all’impatto coi sassi. La zona Ospedale d’allora era tutt’altra cosa rispetto all’attuale.

Fatto è che arriviamo quasi a destinazione. Vedevo Alberto sbuffare. Pensavo fosse per i pedali pesanti. Invece no. L’ho avvertito dopo l’ennesimo “stai fermo, c’è pericolo di cadere“, ma non è che prestavo la dovuta attenzione. Proprio a pochi metri dall’arrivo, un mio scossone di troppo e metto un piede tra la ruota anteriore e il manubrio. E che succede? Che Alberto non può sterzare. Che il mio piede rischia la rottura della caviglia. Che c’è altra gente in strada. Morale: rovinosa caduta con Alberto che cerca di farmi da scudo e di proteggermi di fronte a un rovinoso impatto al suolo. Impatto che avviene con il risultato di ginocchia sbucciate, colpo alle tempia e gomiti sdruciti come la giubba d’ordinanza che indossavo.

Alberto si preoccupa subito del mio stato. Dovrà poi riferire a zio Giannino e se non fosse plausibile la sua versione, immaginavo le rampogne. Nonostante tutto, non piango. A dire il vero, una voglia matta di sfogarmi con le lacrime, ce l’avevo. Tuttavia, resisto e faccio il duro, mentre Alberto non fa altro che chiedermi se mi fossi fracassato il piede o i gomiti o lo zigomo. Rispondo lesto: nulla di tutto ciò.

A casa dissi nulla. Fu Alberto a commentare gli eventi e la passai liscia per via di una mezza bugia di Alberto che si addossò un pizzico di colpa nel dire “ho preso un sasso che non avevo visto e siamo ruzzolati a terra“. Confermai  per vera, la sua versione. Se avessi confessato la mia dabbenaggine, oltre al dolore già incamerato, la mia Pierina mi avrebbe redarguito pesantemente e (magari) sarebbe volato qualche scapaccione. Tutte supposizioni – ovvio – ma è per dire che, allora la “certezza della pena” era vigente e di sconti non se ne facevano. Direte… perché ci racconti quel fatto? Scusate la mia risposta semplice e… sempliciotta, ma è per il fatto che mezz’ora fa ho proprio incrociato Alberto Ferrario in via Fratelli d’Italia, poco più avanti del Municipio. Si ferma. Due parole sul “come va” poi sbotta….”ti ricordi quella volta che ti portai a scuola e che ruzzolammo entrambi per il tuo piede dentro i raggi della ruota anteriore?”

Certo che me lo ricordo, Alberto e ricordo pure la tua difesa ad oltranza che mi aveva “salvato” da una più che certa ramanzina…..caspita. Ero alle Elementari, quindi avrò avuto dai 9 ai 10 anni e ora ne ho 71… quanta vita è trascorsa. E tu mi rispolveri questo ricordo per farmi capire che è bello avere un fatto comune da raccontarci. Lasciami dire, Alberto che tutti gli altri “protagonisti” non ci sono più. Siamo rimasti noi a evocare un fatto di vita. Vuol dire che la memoria è ancora buona, l’amicizia pure e rivivere quei momenti è avere ben presente il come era la vita, allora e come è quella di oggi.

Hai visto? Non c’è una bicicletta, a scuola. Le vetture sono stipate sui marciapiedi. Non c’è un posto libero nell’area parcheggi e nemmeno c’è l’ebbrezza di ammirare un paesaggio dall’alto di una canna di bicicletta.

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