Ieri... oggi, è già domani | 02 febbraio 2021, 06:00

...mà da gua e ...san Biasu

Ne parliamo tuttora con Giusepèn che si sofferma un attimo a riflettere (o a ripensare) di come un tempo si onorava il Santo, "protettore della gola"

...mà da gua e ...san Biasu

San Biagio, 3 febbraio. Ne parliamo tuttora con Giusepèn che si sofferma un attimo a riflettere (o a ripensare) di come un tempo si onorava il Santo, "protettore della gola". Abbiamo già citato il detto "a San Biasu ga gèa'a guta suta'l nasu" (a San Biagio gela la goccia sotto al naso) per indicare la "potenza" e la "forza" di "quel freddo" che metteva la brina sui cavoli e li colorava di bianco con i lapilli quasi cristallizzati a truccare la verza. "Nisogn ga cugnusèa ù effettu serra" (nessuno conosceva l'effetto serra).

Il fermento che precedeva "a benediziòn dàa gua" (la benedizione della gola) era accompagnato da Devozione e ....convinzione, mai un'ossessione o per moda. Il contadino, ma ogni massaia di quel tempo, preparavano il "necessario" per proteggere tutti dal "mal di gola"; una sorta di antidoto che mostrava i suoi frutti sia nell'immediato sia per il tempo a venire (un anno intero).

Di cos'era composto quel "necessario"? - prima si pensava agli animali. Per parecchia gente erano fonte di sostentamento e di "ricchezza" (chiamiamola così). Senza gli animali a produrre il necessario per poter campare era davvero difficile combinare il pranzo con la cena.

Giusepèn si fa serio. "Pàa i puì ghea prontu ul risi e 'l miagòn - pàa'l caval erba mediga e pàa i vachi e'l beau, fèn e biàa in abundanza" (per i polli erano pronti riso e granoturco - per il cavallo, erba medica e per mucche e il bue, fieno e biada in abbondanza). Puntualizza, Giusepèn  "na oelta regulà i besti, ga stea bèn tuta a famiglia" (una volta regolato -accudito- gli animali, stava bene tutta la famiglia). Ed eccoci al "necessario" per "benedire la gola" alle persone. Sicuramente pane e biscotti secchi "pochi, in bona sustanza" (pochi, in buona sostanza) -erano tempi grami- "peau pan d'anàs e magari 'n cai panatòn tegnu a pusi a Natàl....na ròa da pan mistu o pan segrusu e 'ncai tocu da furmai" (poi, pan d'anice e magari qualche panettone tenuto da parte a Natale.... una ruota di pane misto o pane di segale e qualche pezzo di formaggio).

Ovvio che, il "necessario" era tanto e tutti dovevano contribuire a trasportarne la propria parte.

Le mamme con la "sporta" (borsa capiente) e il babbo con una specie di gerla o "cunt'ùl cavagneau" (col piccolo cesto) e i ragazzi, si prendevano la briga di portare il resto.....un ceppo d'erba, qualche frutto, il pane..... tanto per far sentire partecipe l'intera famiglia. Il prete officiava la Messa e verso la fine della funzione e prima della Benedizione di commiato, c'era il pensiero per la Natura e per gli Animali; quindi per tutte le Persone di ogni singola Famiglia. "Ga ulèa non 'na musca" (non volava una mosca) catechizza Giusepèn. Per ribadire il religioso silenzio che regnava in chiesa, con la sola voce del prete che invocava il Padre a proteggere il raccolto, gli animali e i componenti del nucleo familiare. Ciascuno dei presenti alzava le braccia con quanto si erano portati da casa e la Benedizione arrivava a tutti, nella stessa maniera, per la protezione generale .....non solo per la gola.

A casa, "na tazina da laci ben sculdà e guai perdi i fregùi" (una scodella di latte ben scaldato e guai perdere qualche briciola" ....l'è benedeta (è benedetta) e da lì si imparava che quando dovevi sminuzzare il pane o ....sbocconcellarlo, dovevi eseguire l'operazione sopra alla scodella, altrimenti, col palmo della mano dovevi raccogliere le briciole e inghiottirle.

In ogni cuore e in ogni cervello c'era la convinzione assoluta che per un anno intero, il mal di gola era bandito; quindi potevi giocare, lavorare, accudire bimbi e animali, con San Biagio a proteggere. Non era unicamente una convinzione generale. Era quasi un dogma di fede a cui appellarsi ...in caso di un impercettibile, ma quasi secondario .....bruciore in gola (mai, tuttavia, mal di gola).

Volete sapere come finisce la ....narrazione col Giusepèn? "ul me pò, 'na buteglia da ven o 'l nocino i u metèa dontar àa gerla" (mio padre, una bottiglia di vino o il Nocino, li metteva dentro alla gerla). Ecco, appunto ....mi sembrava strano che Giusepèn avesse "dimenticato" le... Tradizioni.

Gianluigi Marcora

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