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Salute | 24 febbraio 2021, 07:41

Dubbi sulle mascherine Ffp2 in uso a medici e infermieri, Asst: «Non vengono testate»

Sono prodotte in Cina e certificate in Irlanda. Monti: «Rischio che abbiamo segnalato al Governo». Asst assicura: «I contagi tra il personale sono sempre stati bassi»

Dubbi sulle mascherine Ffp2 in uso a medici e infermieri, Asst: «Non vengono testate»

Sono sempre di più le segnalazioni di dispositivi Ffp2 sul mercato che, pur avendo un regolare marchio CE e certificati di conformità, una volta testati dimostrano una capacità filtrante di appena il 36% contro il 95% richiesto dalla normativa. Impossibile stabilirne la reale conformità se non attraverso test specifici, che però non vengono effettuati, nemmeno dalle Regioni che per rifornire gli ospedali si approvvigionano nel mercato globale.

Si tratta per lo più di mascherine di produzione cinese, come quelle attualmente in uso anche dai medici e degli infermieri dell'ospedale di Circolo. Mascherine Ffp2 prodotte in Cina e certificate dalla CCQS Certification Service Limite di Dublino, in Irlanda, società specializzata nella certificazione di macchinari e organismo notificato per varie Direttive Europee tra cui il regolamento sui dispositivi di protezione individuale. «Prodotti non testati perché non eseguiamo verifiche sui dispositivi che ci fornisce la Regione - spiegano da ASST Sette Laghi - Sono mascherine e altri materiali di protezione che acquista Aria, la centrale acquisti di Regione Lombardia, e che poi ci distribuisce in base alle nostre esigenze».

Per poter immettere sul mercato europeo una mascherina Ffp2, la normativa, in deroga, prevede che il produttore debba ottenere quello che si chiama Certificato di Conformità: un organismo notificato, cioè un ente riconosciuto dalla commissione europea, deve valutare la documentazione fornita dal produttore (autocertificazioni) e, in caso il prodotto risponda ai requisiti della normativa europea EN 149:2001 + A1:2009, quest'ultimo potrà vendere liberamente il prodotto in Europa apponendo il marchio CE. «Organismi notificatori di cui non possiamo sapere granché - ammette Emanuele Monti, consigliere regionale e presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali - Ed è una questione che poniamo da tempo al Governo. Regione Lombardia non può fare nulla al riguardo. Le gare per l'approvvigionamento di dpi seguono la normativa nazionale. Se introducessimo per esempio, criteri di premialità nei bandi, per chi produce le mascherine sul nostro territorio, piuttosto che chi ha certificazioni prodotte da organismi italiani, la Corte dei Conti interverrebbe subito».

E questo è un altro tema. La deroga alla normativa sulle certificazioni si è resa necessaria per sopperire ad una produzione insufficiente di dpi in un momento di emergenza. Regione Lombardia ha però da subito incentivato la riconversione delle aziende e attivato meccanismi per certificare le mascherine locali, che sono tra i più rigidi. Legittimi dubbi si insinuano invece su quelle acquistate dalla Regione, in cui fa fede il marchio CE, e che sono utilizzate dai nostri medici e infermieri. «Sia durante la prima ondata, quando la popolazione è stata risparmiata ma l'Ospedale accoglieva comunque i pazienti Covid positivi provenienti dalla regione, che durante la seconda, il tasso di positività al Covid tra gli operatori sanitari è sempre stato basso – aggiungono da ASST Sette Laghi - Certo da novembre abbiamo avuto molti più contagi interni, ma sempre con un’incidenza inferiore rispetto alla diffusione del virus sul territorio». Il loro dovere le mascherine sembrano quindi averlo fatto, ma le partite acquistate sono tante e sempre diverse.

Valentina Fumagalli

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