Economia - 04 aprile 2021, 19:10

«Ci siamo riscoperti fragili: ripensiamo le associazioni, ma restano essenziali. Come mi ha insegnato mio padre»

Michele Tronconi, imprenditore tessile con un solido bagaglio di esperienza nel mondo confindustriale, analizza nel suo libro "Perché insieme - Natura umana e corpi intermedi" il ruolo della rappresentanza in una fase storica scossa dal Covid. Con la scienza degli studi e la passione del percorso suo e di papà Attilio

Michele Tronconi e accanto il papà Attilio, al quale è dedicato questo libro tra scienza e passione per l'impegno associativo

«Dobbiamo guardare avanti per migliorare, voltandoci indietro per imparare». Una strada che Michele Tronconi – imprenditore tessile con un solido bagaglio  di esperienza nel mondo confindustriale – traccia con scienza e passione in un libro su un tema chiave, eppure non facile: quello dei cosiddetti corpi intermedi, quali sono le rappresentanze delle imprese e i sindacati. Una realtà messa in discussione in epoca recente, ma il Covid oggi rimescola le carte.

Detto in altro modo, come fa l’imprenditore bustocco (e fagnanese)  nel volume “Perché insieme – Natura umana e corpi intermedi” (edito da Guerini e Associati): «Ci siamo riscoperti fragili e la fragilità ci ha riportato a interrogare la storia, per capire come fosse andata le altre volte».

La bellezza e la fatica

Michele Tronconi, 58 anni, laureato in Scienze politiche, è un uomo di impresa e di associazionismo, appunto:  è stato presidente del Gruppo giovani dell’Univa, a capo di Euratex, Sistema Moda Italia, Assofondipensione, nel Cda di Simest. Ha fatto parte della giunta come del consiglio direttivo di Confindustria.

Conosce la bellezza e le fatiche del tessile, insomma, come quelle della rappresentanza. Questo libro che è ricco di bibliografia, include con naturalezza un altro “volume”, immenso: quello della vita. Non a caso, è dedicato a suo padre Attilio, scomparso nel 2016.  A Fagnano c’è l’azienda “Gaspare Tronconi”, sulle sponde dell’Olona, dove la famiglia è il motore, il riferimento come accade nella maggior parte delle imprese italiane e del territorio.

Nella postfazione, Michele Tronconi ripercorrerà proprio ciò che gli ha trasmesso il padre, presidente dell’Unione industriali di Busto Arsizio nella seconda metà degli anni Settanta, in un clima di autunno caldo.  Un’epoca in cui tuttavia questi soggetti collettivi venivano guardati con rispetto dalla politica. Via via si è puntato sempre più sulla disintermediazione. A dire il vero, nel 2011 i corpi intermedi chiedevano a gran voce decisioni incisive per combattere gli effetti della recessione profonda, e ci riuscirono, ma già erano sotto attacco.

Tronconi mette in luce però come nella natura umana ci sia la caratteristica di ragionare al plurale ed è proprio una delle cose che distinguono con maggiore forza l’uomo.  Così la «coesistenza problematica tra dimensione individuale e collettiva è una costante delle vicende umane».  L’autore viaggia dunque nelle pagine della storia («grande miniera»), in cui riaffiora la «polarizzazione del quadro sociale che ammetterebbe solo l’interesse individuale, da una parte, e l’interesse generale, dall’altra». Mentre i contributi positivi dei corpi intermedi sono tanti.

Storicamente, si parte dalle gilde, nate per far fronte all’anarchia in campo politico e con effetti letti in maniera anche molto diversa, nel tempo. Limiti e difetti ci sono, eppure questo è un periodo decisivo: quello in cui «molti corpi intermedi potrebbero trovarsi presto reclutati sul fronte di nuove emergenze – come di fatto è avvenuto con la pandemia da Covid-19 – ove diventi necessario mediare veramente tra governanti e governati». Perché sono un elemento «essenziale, quindi necessario, anche se non sufficiente, di controdemocrazia». 

In associazione come in azienda

È un libro complesso e affascinante, quello dell’imprenditore. Nella postfazione, come anticipato, affiora intensamente l’esperienza di papà Attilio e dello stesso Michele. Come suo padre era in azienda - attento non solo al lavoro ma alle esigenze di ogni collaboratore, dal figlio malato di cui prendersi cura al mutuo della casa – così portava nell’impegno associativo «la capacità di farsi interprete dei suoi colleghi».  

Allora si preparavano con meticolosità gli interventi pubblici, dopo accurati studi e confronti. Michele entra in questo mondo, proprio condividendo quei momenti con il padre.  Quando scrive: «Ho sempre cercato di capire ciò di cui dovevo parlare. Non ci si può improvvisare esperti…», è una frase che stride con tante abitudini di moda nei tempi attuali (a partire dalla politica), lesti ad affidarsi al portavoce delle apparenze e ai social media per rapidi slogan.

Ma pagine intense sono anche quelle della stessa crescita di Michele Tronconi nel mondo associativo. Quali risultati si sono ottenuti? Spesso è stata una guerra di trincea: «I frutti della rappresentanza sono più i temporali evitati, che le giornate di sole assicurate ai propri colleghi». Non sono mancate le amarezze, una battaglia significativa in questo senso quella dell’obbligatorietà della marcatura d’origine, il made in.

Ma attenzione a gridare frettolosamente oggi – magari con la spinta di internet e della «illusione di un’interlocuzione a chilometro e tempo zero» - evviva la disintermediazione.

Piuttosto – è la conclusione dell’autore – si ripensi la rappresentanza, a tutti i livelli. Basta non commettere l’errore di credere che si debba buttare via tutto e ricominciare da zero.

«Ripensare – insiste – significa, innanzitutto, tornare a riflettere sul senso di ciò che si fa».  Trasformare quella domanda – perché insieme – in una risposta che aiuti ad affrontare il cammino più consapevoli, in questo periodo di grande fragilità ma anche di grandi occasioni. Potrebbe aprirsi una nuova stagione di concertazione, come trent’anni fa. Potremmo renderci conto più che mai che il “noi” è quello che ci rende più capaci di affrontare emergenze come questa e persino di intravedere raggi di sole, oltre a sottrarci alla tempesta.

Marilena Lualdi