Ieri... oggi, è già domani | 06 maggio 2021, 06:00

... "ul lauà" (il lavoro)

Si lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorno e non sempre si riusciva a far quadrare il bilancio familiare, anche se, le esigenze di un tempo lontano, non erano compatibili con quelle odierne

... "ul lauà" (il lavoro)

L'argomento è accattivante: il lavoro. Giuseppino ne parla meditando un po' sui ...ricordi. Attacca "t'à dean tri cucumàr e ' peaon" letteralmente "tre cetrioli e un peperone", ma il significato va molto oltre alla palese traduzione. Significa "per il lavoro svolto, ti pagavano poco" e ciò è ancor meno dignitoso. Lascia comprendere che allora, c'era maggior sfruttamento tra la "classe padronale" e quella "operaia".

Si lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorno e non sempre si riusciva a far quadrare il bilancio familiare, anche se, le esigenze di un tempo lontano, non erano compatibili con quelle odierne. Certe "sfumature" non le tira in ballo, Giusepèn, ma già allora, le "lotte" fra padroni e maestranze avevano un terreno fertile.

Diceva mia madre "i sciui in minga vachi, ma i puaiti in minga asniti" prima della traduzione, specifichiamo il "minga" che non è Bustocco, ma sa di Milanese;  tuttavia, nel detto c'è il "minga" invece del "mia" quindi ... lasciamolo. "I signori (qui è per ricchi) non sono mucche, ma i poveri non sono somari". Eccolo l'autentico significato del "detto" che lo possiamo commentare con "i padroni non possono elargire regalie, ma gli operai non sono bestie da soma". Giusepèn annuisce e va oltre. "Ghea non tanti cuntròl e danè fa danè" (non c'erano tanti controlli e "soldi fan soldi", per significare che da una parte (i titolari di Aziende) erano propensi a ottimizzare il tutto (investimenti, costi, guadagni) e si approfittavano degli  scarsi controlli sia in materia di sicurezza sia sotto l'aspetto fiscale.

Di esempi, Giuseppino, ne cita diversi, ma ....rivangare troppo non va bene. Si sofferma, Giuseppino, su un dato di fatto. Le Aziende, un tempo, addirittura costruivano le abitazioni per le proprie maestranze. Le assegnavano ai propri dipendenti con un affitto ancorato alla paga, con la clausola del "chi si licenzia o chi non farà più parte dell'Aziende" deve assolutamente abbandonare l'abitazione assegnata.

Di esempi concreti, basta vedere le abitazioni tuttora presenti in Busto Arsizio, come quelle del "Bustese"  e quelle dei "Milani". Per carità, opera buona, ma nel "contratto" (di Lavoro e di Locazione) regnava una specie di "clausola occulta", dove le maestranze "non osavano" pretendere migliorie nel contratto di Lavoro e i titolari d'Azienda avevano dalla loro parte la certezza che di fronte a una "paga" minima, nessuno osava cambiare casa. Era -in buona sostanza" una clausola di ....fidelizzazione.

"T'e ciapèi centu franchi a l'ua e t'è duei cuntentassi" (percepivi cento lire all'ora e dovevi accontentarti). A proposito, notato il "centu franchi?" non si tratta di "franchi francesi", ma si trattava di lire. Tutto ciò, sta a significare che il "francesismo" non l'abbiamo inventato noi Bustocchi, ma ce l'hanno importato i Liguri che hanno occupato il Territorio dove è sorta Busto Arsizio. Sia detto senza polemica. Chi ha mistificato il detto che da noi "non esistono francesismi" non ha studiato abbastanza sia la Storia sia il Dialetto Bustocco.

Giusepèn snocciola altri francesismi (ovviamente portati da noi dai Liguri e che non esistono in altri luoghi della Lombardia, occupata dai Celti) , oltre ai "franchi", anche "tumatas" (pomodori), " pom da tèra" che in Francia sono le patate e che nel Dialetto Bustocco, i "pom da tèra" sono appunto le patate. E paletot?  Si, il nostro cappotto, è o non è il "paletòt" francese? - certo che lo è, inconfutabilmente!

Finiamola qui, la sterile polemica. Di sicuro, il mio Dialetto è "ruspante". Non avrà gli accenti a posto, ma i pochi che tuttora "masticano" il Dialetto Bustocco, oltre ad apprezzare il mio lavoro, sanno che sono dalla parte del giusto .... e di ciò me ne vanto.  Mi interrompe, Giusepèn per dirmi che "gni foa un'ugioea da su" e io me la annoto subito per la bellezza della frase "è uscita un'occhiata di sole"....luminosa, scintillante, bellissima. Poi si riprende a parlare di Lavoro e della dignità del Lavoro. C'è un esempio ...esplicito che ora non racconto....non è per "palati fini"....è un po' volgare, ma rende bene la ....situazione. Se il Lettore dovesse chiedermelo, non ho problemi a citare il detto Bustocco, ma non è da ...insegnamento.

"Can lauà" ammicca Giusepèn...(quanto lavoro) e si riferisce a quello eseguito in fabbrica e a quello prodotto a casa, "in di proesi...in campagna" (nelle aiuole del giardino e nei campi).  Mi mostra le rughe sul viso e quelle sulle mani, Giuseppino e con tanta dignità conclude "lauà l'è dignitò e lauà pulidu l'è unui" (lavorare è dignità e lavorare bene è onore) ....nessuno sfruttamento, ma  giusta remunerazione, senza rischi e senza ....contratti capestro. - Stavolta, c'è l'Asperula "la fa sbati a buca" (fa sbattere la bocca) per dire che è gradita.

Gianluigi Marcora

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