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Attualità | 01 luglio 2021, 22:34

Stefano Binda: «Sono stato scarcerato, ma ero già libero prima»

La serata "La Galera degli innocenti" a Fagnano ha messo in luce il dolore e l'umanità nel mondo della detenzione. Il racconto di Binda, 1286 giorni in cella prima di essere riconosciuto innocente e scagionato dall'accusa di aver ucciso Lidia Macchi, e quello del provveditore Pietro Buffa, moderati da don David Maria Riboldi con La Valle d'Ezechiele

Stefano Binda, don David Maria Riboldi, Pietro Buffa

Stefano Binda, don David Maria Riboldi, Pietro Buffa

«L’uomo è un animale sociale. Quando la nostra società dice “tu non sei dei nostri” e tu sei innocente...». Parla Stefano Binda, il dottor Binda, precisa don David Maria Riboldi che a Fagnano modera “La Galera degli innocenti”, perché il carcere toglie tutto, anche i titoli. Non un suono attraversa l’aria, resta sospesa nelle coscienze la sua frase al momento dell'assoluzione: «Sono stato scarcerato, ma sono sempre stato libero».

Stefano Binda, incarcerato per l’omicidio di Lidia Macchi e scagionato dopo 1286 giorni di carcere, in tre penitenziari. Accanto a lui, alla serata della cooperativa sociale La Valle di Ezechiele, il dottor Pietro Buffa, provveditore dell’amministrazione lombarda. Presenti esponenti del mondo carcerario (tra cui il direttore del carcere di Busto Orazio Sorrentino), delle guardie penitenziarie, della giustizia, del volontariato.

Un pugno allo stomaco subito, l’introduzione degli Oblò che fanno vibrare il grido di persone incarcerate per errori, scambi di persona. «Vicende come Enzo Tortora possono capitare a chiunque» si legge questa frase di Enzo Biagi.

Poi la parola a Binda. Don David parte dal giorno più bello, quando risuona il grido «Innocente». La reazione degli altri detenuti, che non si possono chiamare amici, ma che sono fratelli, osserva Binda.

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Drammatico vivere il carcere, difficile parlarne e il dottor Buffa ha ricordato anche quando era al carcere di Torino e si è dovuta affrontare l’emergenza di 140 persone. Solo l’umanità può salvare, anche nelle frasi, nei gesti più semplici.

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Il primo caffè

Ancora il dottor Stefano Binda. Il primo caffè, quando don David e Stefano sono al bar e il secondo si rivolge alla cameriera e la chiama assistente. Si può ricostruire una normalità?

Intanto sembra uno slalom tra ciò che ritrovi, con sollievo se così si può chiamare, e ciò che accende memorie paralizzanti. Avere persone di cui sai il nome, da una parte. Non riuscire a parlare a una persona dietro un cancello, dietro una grata, dall'altra. Avere sulla pelle dell’anima tre anni e mezzo di carcere e parlare con chi ne ha trenta.

Ci sono mele marce? No, casomai cestini, osserva il dottor Buffa. Non per deresponsabilizzare nessuno, sottolinea, ma per responsabilizzare il sistema

Ancora a confronto Binda e don Riboldi. La paura all’appello, al momento in cui doveva arrivare la decisione finale, c'è stata?

Replica con garbo Stefano Binda: «Io ho un popolo ostinatamente determinato a fare il possibile perché io non diventi cinico: si chiama comunità cristiana». A don David aveva detto già: « Mi hanno scarcerato ma io ero già libero prima». Il carcere è emendabile? Il dubbio, pesa come un macigno. Ma la società va ripensata, questo sì

Marilena Lualdi

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