Ieri... oggi, è già domani | 24 luglio 2021, 06:00

"gal disu al tò pà" - lo riferisco a papà

Serve qui, una traduzione? Facciamola, suvvia "quel vezzeggiativo (Meluccio) è dedicato al nome del bambino

"gal disu al tò pà" - lo riferisco a papà

Un messaggio del mio amico Francesco Fraumeni (siciliano doc) mi fa comprendere come agivano (o agiscono? non so!) le mamme nelle rispettive Regioni. Mi scrive, Franco "quando a un bimbo scappa una parolaccia, che fa mamma?" - ecco le spiegazioni, secondo Francesco.

Al NORD "Luca... amore di mamma, non si dicono le parolacce, altrimenti dovrò riferirlo al babbo"- Al SUD "Meluccio... a prossima vota ca rici na malaparola, ti ti caricu na turpulata ndo mussu ca ti fazzu cascari tutti i denti. Appoi ciu ricu a to pattri e ti pista comu a racina"

Serve qui, una traduzione? facciamola, suvvia "quel vezzeggiativo (Meluccio) è dedicato al nome del bambino... che magari si chiama... Filomeno, o altro, ma è... Meluccio che, alla prossima volta (quando magari spari un'altra parolaccia) che pronunci una malaparola, ti carico di botte sul muso che ti faccio cascare tutti i denti. Poi lo dico a tuo padre che ti pesta come (suppongo) una macina".

Con Dialetto Siciliano... non ci siamo, sia da parte di Franco che lo parla, ma non sa se nello scrivere, si mettano le parole al giusto posto - figurarsi io che già scrivo un Dialetto Bustocco "di strada"... cimentarmi col Dialetto Siculo è impressa assai ardua.

Entriamo nel contenuto del messaggio. Prima scrivo, poi lo sottopongo al "mio maestro" Giusepèn. E cito subito la versione di mamma; la mia Pierina che era spiccia nell'analisi e "giustiziera" nella sintesi. Mi avrebbe detto così: "t'a sceppu'l musòn e candu ga ria'l to pà, te ghe'l restu" (ti spacco la faccia e appena arriva tuo padre avrai il resto".

Giusepèn è esterrefatto per la risposta di mamma. Sa che è andata così in talune circostanze. Sa che a volte, la "malaparola" come ha scritto Franco o la "parolaccia" come la scrivo io, è "più necessaria del pane", manifesta una reazione e va dritta al nocciolo della questione. Non è che la "parola volgare" sia... preventivata. Arriva nel momento topico, quando magari gli animi si scaldano... quando la questione non arriva a conclusione... o magari quando non ci si comprende appieno, nonostante le buone ragioni.

La mia Pierina, poi ....non era proprio una "giustiziera" come ho scritto, ma di fronte a una "parolaccia" si riteneva offesa... proprio così, offesa, per il fatto che i suoi insegnamenti (quelli di utilizzare parole appropriate) sembravano andati perduti; quindi, "certezza della pena". Lei non aspettava "di dirlo a papà"... dapprincipio, provvedeva al giusto castigo "per lei, ero suo e in nessuna circostanza, gli altri dovevano usare violenza con me. Quindi, lei esercitava su di me, la difesa, l'accusa, la giusta riflessione, il giudizio finale e la... certezza della pena.

Detto ciò, non c'era Corte d'Assise, Corte d'Appello, Corte di Cassazione... c'era il "reato" e tutti i presupposti dovevano essere "accantonati"con nessun attenuante... a carico.

Ringrazio il mio amico Francesco per il "suggerimento" e vedo dallo sguardo di Giusepèn l'assoluta accondiscendenza. Il pezzo ....può andare in stampa e può essere pubblicato.

Gianluigi Marcora

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