Ieri... oggi, è già domani | 11 agosto 2021, 06:00

"pàn e lurdàia " - pane e companatico

La "lurdàia" invece, si riferiva al companatico, da mangiare col pane.

"pàn e lurdàia "  - pane e companatico

Di primo acchito, la "lurdàia" somiglia a una parola infame. Del resto, il "lurdu" nel Dialetto Bustocco, vuole dire scemo, cretino, poco di buono. Si sentiva dire spesso, specie dalle mamme "fa non ul lurdu" che racchiudeva in sè ogni specie di improperio.

La "lurdàia" invece, si riferiva al companatico, da mangiare col pane. Quindi, "lurdàia" era il salame, il formaggio, il cioccolato, la marmellata....e tutto ciò che si doveva "cumpesò" col pane. Quel "cumpesò" era d'obbligo, per più significati.

Mangiare solo la "lurdàia", non solo non ci si saziava, ma incideva sul bilancio familiare in maniera sostanziale e la gente comune non poteva nutrire i familiari solo con le leccornie.

Quindi, a ogni banchetto, ma pure nel desco familiare, si stava bene attenti a fornire con dose accurata, il pane da accompagnare ogni boccone di "lurdàia". Nella fattispecie erano pure annoverate le merende....più o meno composte da pane e dal resto, sino ad arrivare al "pàn zucàr e butèi" (pane zucchero e burro). La mamma intingeva la fetta di pane o la metà della classica michetta, nell'acqua, poi aggiungeva una spolverata di zucchero, quindi ci spalmava sopra il burro sino a coprire l'intera fetta,"mangià da sciui" (cibo per ricchi) diceva mamma.

C'era pure pane e cioccolato, rigorosamente Italcima oppure "il merendino" che costituivano un'alternativa al ...."pàn zucar e butèi".

A volte, tuttavia, si sostituiva la merenda con un piatto da .... cena o addirittura da pranzo. Mamma preparava la "rusumàa". Si trattata di prendere un uovo dal pollaio, sbattere l'albume sino a farlo diventare una massa bianca che per essere pronta al punto giusto, si doveva rovesciare la scodella e....oplà la "massa bianca" non cascava, era attaccata al fondo della scodella.

A quel punto, si aggiungeva il tuorlo e lo si amalgamava col "bianco" e si rimestava il tutto sino a quando la "rusumàa" prendeva colore. Non è finita: si aggiungeva una "sguriàa" (una specie di sorso) di marsala amaro o all'uovo e il "piatto" era pronto.

Ovviamente si "compesava" il tutto col pane o si poteva pure mangiare la "rusumàa" con i biscotti secchi.....più o meno gli unici in circolazione (non per tutti i ragazzi .....c'erano pure i ragazzi che potevano godere di qualche specialità dolciaria che ai più era preclusa).

Giusepèn analizza il tutto e ...annuisce. Aggiunge poi che "ai miei tempi" ghèa menu d'insci (c'era meno di così) e "t'à disèan da mangiò anca i fregui ....t'è duèi tegni a màn sut'al pan e meti'n buca i fregui" (ti dicevano di mangiare anche le briciole.... dovevi tenere la mano aperta sotto al pane e mettere in bocca l'eventuale briciola che cadeva).

Ora, a pensarci bene non si è più "conciati così"....forse la lezione voleva insegnare ad avere rispetto del cibo e pure a risparmiare. So di certo (e Giusepèn, annuisce ancora) che taluni Lettori avranno commentato ...."oh la ....miseria", ma non avranno ben compreso cosa vuol dire "avere fame" e avere voglia di farla passare. Ricordo un altro detto: quando dicevi fuori orario "ho fame" ti sentivi rispondere "verdi a buca e lassalà 'n dò" (apri la bocca e lasciala andare) ....ovviamente la fame. Il detto fa il paio con una barzelletta "non scema" che dice: il centurione va da Giulio Cesare e gli dice "il popolo chiede sesterzi" e Cesare riflette un poco poi risponde...."no, no....vado dritto". Anche qui, Giusepèn annuisce!

 

Gianluigi Marcora

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