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Territorio | 13 ottobre 2021, 12:03

L'associazione "I barattoli della memoria” lavora (anche) sulle parole della perdita più atroce, quella di un bambino

Sede a Cassano Magnago e contatti sul territorio, il sodalizio sostiene una campagna per affrontare il dolore peggiore. Per insegnare a parlarne, per non rimuovere, per andare oltre. E il 15 ottobre sarà a Varese

L'associazione "I barattoli della memoria” lavora (anche) sulle parole della perdita più atroce, quella di un bambino

«Chi parla male pensa male. E vive male. Bisogna trovare le parole giuste, le parole sono importanti!». Nanni Moretti, “Palombella rossa”. Ma quali sono le parole dette male? Che fanno male, anche se pronunciate in buona fede, se rivolte a chi vive un lutto perinatale? Il lutto per la morte di un bimbo durante la gestazione (fra la 28esima settimana e il momento del parto) e fino a sette giorni dopo la nascita? Quali sono queste parole? Eccole: «Non ti preoccupare, ne farai un altro». Vogliono essere un incoraggiamento. Colpiscono al cuore. Mamma e papà. Perché quelle parole puntano alla speranza. Ma seppelliscono nel passato, nel dimenticatoio, un germoglio. Inceneriscono prospettive e fatiche. Tutte volte alla vita che se n’è andata.

Lo sa bene l’associazione “I barattoli della memoria”. Un pugno di genitori, con base a Cassano Magnago e contatti sul territorio. Il dolore della perdita lo hanno sperimentato. Sanno di non essere i soli. E, coraggiosamente, condividono il proprio vissuto. Per andare oltre. Per non dimenticare. Per insegnare a parlare. E prendere l’iniziativa, in un momento non casuale.

«Durante i prossimi giorni e fino a venerdì 15 ottobre, globalmente riconosciuto come “Babyloss awareness day” – recita un comunicato dell’associazione - i nostri social promuoveranno una campagna di sensibilizzazione sul corretto utilizzo dei termini relativi al lutto perinatale. Un tema delicato e da molti considerato un tabù. Ma che, per chi lo sperimenta, è sentito. Troppo spesso la paura o lo stigma intorno alla morte di un bambino, ancora di più se sta per nascere, crea un cortocircuito che impedisce ai genitori di parlare liberamente del loro figlio. E tendono ad allontanare dal contesto sociale, proprio nel momento in cui invece si avrebbe più bisogno del sostegno e del supporto di famigliari e amici».

Che cosa faranno i “Barattoli”? Lavoreranno su Instagram e Facebook, con visual. La presidente dell’associazione, Valentina Zanotto: «Espressioni come “babyloss” o “stillbirth”, nato morto, sono comuni all’estero. In Italia meno. Ma parlare, nominare, serve. Spesso non si conosce nemmeno il significato della definizione “bimbo arcobaleno”. Riguarda una nascita dopo esperienze problematiche. Magari dopo un aborto o un lutto perinatale. Dovrebbe creare lo stupore, la speranza di una nuova vita e, insieme, orientare lo sguardo degli adulti al passato, a quello che è successo».

Con quali problemi si confrontano i “Barattoli della memoria”? Ancora la presidente: «Innanzitutto con l’incomunicabilità. C’è imbarazzo, non si sa che cosa dire. Ma le famiglie colpite vogliono, tutto sommato, qualcosa di semplice. Non necessariamente comprensione. Ma ascolto. Condivisione. Riceviamo comunicazioni incredibili. Mamme che non possono manifestare il loro dolore. Alle quali si chiede di rimuovere». Le famiglie hanno la forza per ripartire. Il loro motore non si è spento. E nemmeno si è spenta la memoria. La “coperta del Covid” che si è stesa, soffocante, sugli incontri, sul sostegno, sulla facilità e la spontaneità delle parole, sul guardarsi negli occhi e condividere, può, oggi, essere rimossa. Il 15 ottobre l’associazione sarà ai Giardini Estensi di Varese, dalle 17, con “Il melograno” di Gallarate. L’evento ha un titolo: “Uscire dal silenzio”. Uscire, a certe condizioni, si può. Si deve.

Info? www.ibarattolidellamemoria.it

Stefano Tosi

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