Ieri... oggi, è già domani | 16 ottobre 2021, 06:00

"vessi 'n bona"- essere di buon umore

. "làa maiassi" - "la ga parla" - "làa 'nda a lauà" ....e di tutto ciò e di altro, ne parleremo in un prossimo articolo.

"vessi 'n bona"- essere di buon umore

Stiamo discutendo -Giusepèn ed io- su argomenti importanti, ma pure di argomenti leggeri. E salta fuori un doppio detto che vale sia per il positivo sia per il critico. Di negatività non si parla. Dice Giusepèn "sèm non sparlasciuni" (non siamo persone che sparlano).

Quindi, ecco il lato critico della frase: "cal mangia dul so, sin'a candu l'è 'n bona" che nella traduzione, fa "mangi di suo sino a quando ne ha". Chiaro che il riferimento non riguarda il menù, ma fa comprendere meglio il valore morale della frase. Ciascuno può denigrare un altro o avere opinioni divergenti o totalmente contrarie, ma ne faccia uso sino a quando può esternarle. E qui, Giusepèn fa una precisazione. "Gha oei 'l cuntrori" ma so che vuole dire "ci vuole il contraddittorio, altrimenti chi "sparla" non compie un dialogo, ma compie un'azione bruttissima che lede se stesso e non certo la persona a cui è diretta.

Il vizio di sparlare -oggigiorno- è esteso alle fake-news e alle dicerie, non solo da cortile. Sembra sia diventata una moda, la maldicenza o la calunnia....anche se la si utilizzava dai tempi del "la calunnia è un venticello" immortalata persino in un'opera lirica. Al "gioco al massacro" Giuseppino, non ci sta. Tuttavia, anche "ai me tempi" (ai miei tempi) lo dice il mio maestro "foa dul pasche dàa gesa e in di curti o in di buteghi"(fuori dal sagrato della chiesa o nei cortili e nelle botteghe) "i petonighi diseàn tan spallasciai" (le comari dicevano tante "cose" di pessimo gusto). Faccio notare a Giusepèn che non erano solo le donne a compiere il ....misfatto, ma il vizio dello "sparlare" comprendeva anche gli uomini.

Annuisce, Giusepèn e abbozza una risposta, tutta in italiano. "Sono gli invidiosi che mettono in giro parole cattive. Che fanno illazioni. Che pensano di produrre male, quanto si ripercuote su se stessi. Che non hanno prove per difendersi, così ....attaccano a suon di maldicenze".

D'accordo; Giusepèn non ha utilizzato i vocaboli indicati, ma la sua proprietà di lingua è certo più colorita e meno concisa della mia. Tuttavia, Giusepèn ha ribadito il concetto che il "vizio" della calunnia non lo si può considerare un'abitudine. Fa poi accenno al tizio che ha messo in discussione il numero delle copie vendute del mio recente libro "ul Giusepèn" (a oggi, sono oltre 1200 copie (milleduecento) ed è sbalorditivo come la gente ama Giusepèn e il suo "dialetto da strada) - chi volesse prenderne visione, può recarsi presso la Libreria Boragno via Milano 4 Busto Arsizio oppure chiedere alla GMC Editore, il libro per riceverlo a casa per posta, previo bonifico in banca con indicazione completa dell'indirizzo, per il recapito.

Tuffiamoci ora nel "vessi in bona" (essere di buon umore). Che apre orizzonti infiniti con la stessa spiegazione. Essere di buon umore vuol anche dire "star bene", godere di ottima salute, andare d'accordo con le altre persone e anche ....il lavoro va bene che a Busto Arsizio diventa pure un saluto. Si diceva un tempo "mal vo'l lauà" (come va il lavoro) che aveva pure un doppio significato....se il lavoro va bene, vuol dire che va bene tutto il resto, senza il bisogno di specificare altro. Dentro quella frase c'era pure l'interesse per le reciproche famiglie.

Era pure un modo diretto per fare il punto della situazione e fornire risposte cognitive che si specchiavano nella realtà della confidenza specifica. "làa maiassi" - "la ga parla" - "làa 'nda a lauà" ....e di tutto ciò e di altro, ne parleremo in un prossimo articolo.

 

Gianluigi Marcora

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