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Busto Arsizio | 04 dicembre 2021, 19:56

Foto e documenti dai cassetti dei nonni a patrimonio di tutti. Nasce il Museo digitale Olga Fiorini

Un patrimonio di testimonianze della prima metà del Novecento che poteva andare disperso ma che, grazie al grande lavoro degli studenti degli istituti scolastici paritari Olga Fiorini e Marco Pantani di Busto, è ora a disposizione di tutti. La presentazione ai Molini Marzoli

Foto e documenti dai cassetti dei nonni a patrimonio di tutti. Nasce il Museo digitale Olga Fiorini

Lettere, documenti, oggetti custoditi per decenni nei cassetti delle famiglie di Busto Arsizio e dintorni. Un patrimonio di testimonianze che poteva andare disperso ma che, grazie al grande lavoro degli studenti degli istituti scolastici superiori paritari Olga Fiorini e Marco Pantani, è ora a disposizione di tutti.

Sabato pomeriggio, nella sala Tramogge dei Molini Marzoli, è stato presentato il Museo didattico digitale (visitabile qui). Presenti la vicesindaco e assessore alla cultura Manuela Maffioli, l’assessore all’istruzione Cinzia Daniela Cerana, la presidente del Consiglio comunale Laura Rogora, i consiglieri comunali Gigi Farioli e Maurizio Maggioni. In prima fila anche la signora Olga Fiorini che, emozionata, ha ringraziato tutti gli intervenuti.

«Un passaggio di informazioni e di emozioni»

«Il progetto è nato nel periodo non felice della pandemia – ha spiegato Cinzia Ghisellini, affiancata dal fratello e condirettore di Acof Mauro Ghisellini –. Ci siamo sentiti in dovere di farlo con un’intensità particolare. È un documento in divenire e che rimarrà. Sono stati trovati documenti che erano nei cassetti di alcune famiglie: è stato un passaggio di informazioni e di emozioni».

L’iniziativa è stata ideata lo scorso anno dai docenti Irene Pellegatta e Tomas Cipriani, nelle settimane particolari caratterizzate dalla didattica a distanza. I professori hanno proposto agli studenti delle classi quinte dello scientifico sportivo e dell’istituto professionale un approccio innovativo alla storia della prima metà del Novecento. «Gli studenti hanno raccolto il materiale nelle proprie case e in quelle dei nonni – ha raccontato Pellegatta –. Foto, diari, quaderni, libri scolastici e pagelle dell’epoca fascista, documenti medaglie. Oggetti che correvano il rischio di essere persi o di rimanere relegati in qualche credenza sono diventati lo strumento per studiare la storia in maniera coinvolgente».

Poi i confini virtuali del museo sono stati ampliati: «Considerato l’entusiasmo degli studenti – ha proseguito la professoressa – abbiamo raccolto anche il materiale proveniente da associazioni e cittadini. In particolare, dal raggruppamento Alfredo Di Dio, da Anna Maria Habermann, oltre alle foto storiche del Comune di Busto condivise della rivista l’Informazione».

«Non c’è storia se non c’è qualcuno che ricorda – ha aggiunto il collega Cipriani –. Storia è una delle materie più odiate. Questo perché non si capisce perché la si studia. Ai miei studenti dico che è come quando si chiude Word: tutto ciò che non salvi sarà perduto».

Il professore universitario Enrico Palumbo ha seguito il progetto dagli inizi: «È una grande opportunità per ragazze e ragazzi che possono non vedere più la storia come una disciplina grigia e noiosa», ha detto, mettendo però in guardia dal rischio di fare “confusione” tra memorie famigliari e storia. Un “pericolo” che si può evitare ricorrendo al metodo storico con l’aiuto dei docenti.

Le sale del «nuovo museo di Busto»

La grande mole di materiale digitalizzata dagli studenti è stata raccolta nelle diverse sale virtuali del museo. Ci sono fotografie del bisnonno di uno studente pronto a partire per la guerra, un giovane Angelo Borri – che diventerà sindaco – in divisa militare, il diario da un campo di lavoro tedesco, alunni di Busto tra fez e saluto fascista.

La sala Alfredo Di Dio è stata “allestita” con il materiale messo a disposizione dal presidente dell’associazione, Gianni Mainini: quaranta faldoni dedicati ai partigiani di Busto, con una ricca documentazione fotografica della Liberazione in città e nei dintorni.
Sabato pomeriggio gli studenti hanno letto alcuni estratti dei lavori di ricerca.

Nel Museo didattico digitale Olga Fiorini, anche la testimonianza di Annamaria Habermann relativa alla storia del fratello, il piccolo Tamás, probabilmente ucciso nel campo di sterminio di Auschwitz.
La dottoressa Habermann, presente in sala Tramogge, ha speso parole di apprezzamento per il progetto, con un ringraziamento particolare per la professoressa Pellegatta.

Ringraziamento che l’assessore Maffioli ha esteso a Olga Fiorini («a cui la città è debitrice») e a tutti gli artefici del progetto, elogiandone il metodo scientifico basato sullo studio e il patrimonio di fonti a disposizione di tutti. «Da oggi – ha osservato – la città vanta un nuovo museo».

Riccardo Canetta

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