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Storie | 23 dicembre 2021, 11:43

Alice, la ragazza meccanico che ripara le bici: «Quante emozioni dal passato, ma il futuro è l'elettrico»

Alice Torello, 29 anni, ha seguito le orme paterne e oggi manda avanti la bottega "A ruota libera" in via Battisti a Varese. Un laboratorio dal sapore vintage, con ancora l'odore del cuoio e del caucciù, ma che guarda alle tecnologie di domani: «Tante richieste, ma ancora mancano piste ciclabili e parcheggi dedicati alle due ruote»

Alice Torello nella sua bottega nel cuore di Varese

Alice Torello nella sua bottega nel cuore di Varese

Alice nel paese delle pedivelle e delle brugole, alle prese con camere d’aria e catene, pignoni e raggi, fili dei freni e dischi da sostituire. Altro che meraviglie, bianconigli e lepri marzoline, è un lavoro da maschiaccio quello del ciclista, ovvero del meccanico che ripara biciclette, come il dizionario Treccani specifica, anche per non confonderlo con chi fa competizioni sportive in sella alla due ruote, ciclista pure lui. 

Un lavoro che lascia poco tempo allo svago, scelto da Alice Torello dopo aver lasciato il liceo socio psicopedagogico per mancanza di affinità con le materie, per dirla fiorita, «in realtà perché non avevo voglia di studiare, così mio padre mi ha “gentilmente invitata” a lavorare in officina con lui e a imparare questo mestiere», dice la ragazza-meccanico, l’unica donna della zona a sporcarsi le mani con gli ingranaggi di biciclette vecchie e nuove.

«Poi, lavorando, mi sono accorta che fare la ciclista non sarebbe stato così male, mi sono appassionata ed eccomi qui, a mandare avanti la bottega che papà aprì nel 1996 in via Cesare Battisti 17, chiamandola “A ruota libera”. Lui allora si occupava soprattutto di motociclette d’epoca, sua grande passione, ed è stato un pioniere della bicicletta elettrica, che già vendeva un anno dopo. Sei anni fa ha aperto un negozio a Castronno e così mi sono trovata da sola a mandare avanti l’officina di Varese, con papà Valerio che i primi tempi faceva mezza giornata qui e l’altra a Castronno», racconta Alice, 29 anni e un diploma di perito meccanico all’Itis di Varese.

Il negozio laboratorio di via Battisti ha ancora un’allure vintage, ci sono le selle Brooks amate dai cultori di bici d’epoca, le borse in cuoio e altri accessori, ma domina il nero opaco delle biciclette elettriche, il vero business del domani. Accanto a una vecchia targa di smalto della Legnano, marchio caro a Bartali, ecco una gigantografia di Valerio Torello in sella a una delle sue mitiche Honda 500 Four, la moto di culto degli anni Settanta.

«Le riparazioni più frequenti sono le solite, camere d’aria forate, tamponi e fili dei freni, le rotture quotidiane del ciclista urbano. Per ciò che riguarda le elettriche invece, i danni sono soprattutto alla trasmissione, che si usura per una maggiore spinta sulla catena. Poi le pastiglie dei freni, che si consumano velocemente perché le biciclette elettriche pesano circa 24 chilogrammi. Con il covid abbiamo avuto parecchi problemi con le forniture di ricambi, che arrivano quasi tutti dall’estero. Oggi, senza pre-ordine, un ricambio può arrivare anche dopo un anno, per problemi di produzione e carenza di materie prime».

Il cliente che acquista una mountain bike elettrica di solito ha almeno trent’anni, perché i modelli sono piuttosto costosi -per una buona marca si spendono in media dai 1.500 ai 2.000 euro- e vengono prodotti soprattutto in Francia e Germania.

«Noi puntiamo molto sull’elettrico, c’è una netta crescita delle richieste per le mountain bike, anche da ex enduristi di moto, mentre la city bike elettrica ancora deve decollare. Mancano le piste ciclabili e soprattutto i parcheggi custoditi, perché le biciclette elettriche sono prede ambitissime dei ladri. Occorrerebbero dei box protetti a cui accedere con codici personalizzati, dove poter lasciare il mezzo e ritrovarlo sano e salvo dopo il lavoro. Il cliente potenziale può provare la bicicletta, gliela noleggiamo in modo che possa saggiarne la qualità e impratichirsi con la pedalata assistita», aggiunge Alice, che non è per niente appassionata di corse ciclistiche, ma di cucina, con una predilezione per la preparazione di dolci.

«Sono pigra, quando ero più giovane giocavo a pallavolo, ora al massimo organizzo qualche ciclo tour per i miei clienti, pedalate di una cinquantina di chilometri a cui partecipo con la mia bicicletta, naturalmente elettrica. Del resto tempo libero ne ho poco, anche per coltivare qualche passione fuori dal lavoro».

Ma in città c’è ancora chi pedala senza ausili di batterie? «La bicicletta normale la acquista di solito chi abita in centro, il professionista per andare in studio o la signora per fare la spesa leggera, oppure lo sportivo che sceglie quella da corsa, o il genitore che la regala ai bambini». 

Alice riprende la chiave inglese e si mette a smontare la ruota di una mountain bike vecchio stile per cambiare la camera d’aria, un lavoro di routine che ci fa ritornare ragazzi, quando bucavamo, e con catino, rondella di gomma e colla giallina, trovavamo il foro del maledetto chiodo e riparavamo la camera, tolta dalla sede con i ferretti che tenevamo nella borsetta sotto la sella. 

Consola vedere che ancora rimangano gesti antichi e non tutto sia ancora preda della rivoluzione tecnologica. Del resto, entrando “A ruota libera” ci aveva accolto ancora l’inconfondibile odore della bottega del ciclista, un misto di caucciù, cuoio e grasso che avrebbe ispirato anche Proust. 

Mario Chiodetti

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