La dolce Vita - 14 gennaio 2022, 07:30

Storia di un diabetico: tra delusioni e speranze, una vita come quasi tutte

Dalla scoperta di un bambino ai cambiamenti, anche nella tecnologia. La gestione della malattia è ora davvero più semplice e il futuro appare più roseo anche se non si deve mai abbassare la guardia

Maurizio Rusca

Maurizio Rusca

Questo articolo vuole essere la semplice storia di una persona che è diventata diabetica all’età di 6 anni circa e tutt’oggi, all’età di 64, convive con questa patologia ed ha il piacere di raccontarla. 

Ora posso affermare che la vera unità di misura del tempo, non sono le ore, i giorni, gli anni, ma sono i fatti della vita, quelli che ti cambiano tutto. I fatti che ti fanno capire che prima sei così e dai per scontato che debba essere così. Poi succede qualcosa che non pensavi potesse accadere, ma è successo e la tua vita è cambiata, cambiata per sempre. Alla fine del 1964 avevo 7 anni, ho iniziato a mangiare molto, bere e urinare tantissimo: ma non crescevo, anzi dimagrivo. Mia madre preoccupata ha iniziato a contattare fitoterapisti, fattucchiere, credeva che qualcuno mi avesse fatto il malocchio; alla fine siamo andati anche da un medico che, dopo avermi fatto fare alcuni esami del sangue, ha detto: «Suo figlio ha il diabete».

La mia glicemia era di circa 460 mg/dl ed il medico prescrisse un ricovero urgente. Eravamo vicino a Natale: ero triste all’inizio ma poi ho cambiato idea perché tutti venivano a trovarmi portandomi regali. L’unico inconveniente era che ogni giorno dovevo fare 1-2-3 punturine, così le chiamavano loro. Sono stato dimesso prima di Natale: altri regali, altre coccole, mi spiaceva solo di non poter mangiare quello che volevo. Mia madre non si arrendeva, ha continuato a portarmi da fattucchiere e maghi; la sua domanda era semplice: «Possibile che non esista qualcosa per far guarire mio figlio?». Ai tempi (e forse ancora oggi) la credenza popolare diceva che il diabete insorge dopo uno spavento per cui pensarono (genialata!) di farmi fare un giro su un carro funebre, così mi sarei rispaventato e sarei guarito: chiodo scaccia chiodo?!?

Finite le scuole elementari, i miei genitori si sono trasferiti in Lombardia, ed io con loro, e tutte le estati andavo 15 giorni al mare, però all’ospedale Gaslini di Genova per fare un quadro completo della mia salute. In quel periodo il materiale monouso non esisteva, la glicemia veniva controllata saltuariamente, con un prelievo venoso eseguito spesso dopo lunghe code e digiuni che duravano fino all’ora di pranzo. A Varese la glicemia si faceva in via Monterosa, con semplice puntura sul dito, ed il referto si aveva a distanza di pochi giorni e non di settimane come prima. La patologia rimaneva, ma le cose stavano cambiando in meglio.

Finalmente erano comparse le prime siringhe monouso, gli aghi erano più sottili, facevano meno male, e poi tutte le sere non si doveva far bollire la siringa di vetro, per sterilizzarla. Sono poi andato alle scuole medie superiori a Varese: non ero più controllato in modo ossessivo; tutti i giorni ero in giro, potevo fare la colazione al bar e due volte la settimana mi fermavo fuori a pranzo, mangiavo quello che volevo ma, alla fine dell’anno scolastico, sono stato ricoverato per 15 giorni a Gallarate perché il diabete era completamente scompensato.

Avevo quindi saltato le vacanze perché ricoverato ma soprattutto avevo imparato che non potevo fare quello che volevo, dovevo ragionare prima di fare. Raggiunta la maturità ho iniziato a lavorare, grazie al collocamento agevolato: il posto di lavoro era vicino a casa, garzone in una tessitura, mi piaceva ed avevo raggiunto l’indipendenza economica. Presto però ho capito che non mi bastava e, forse per essere più aggiornato sulla mia patologia, ho deciso di fare il corso d'infermiere all’Ospedale di Varese.

Nei tre anni di studio ho imparato molto ed ho capito meglio che cos’è il diabete, quali sono le complicanze e come posso conviverci. Durante quei tre anni ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie nel 1986: nel 1987 è nato il primo figlio, due anni dopo il secondo. Sono nate con loro gioie e preoccupazioni, nel mio caso c’era una preoccupazione in più: i figli sarebbero potuti diventare diabetici? Il medico fece eseguire ai figli il test di istocompatibilità HLA che allora era quasi l’unico modo per evidenziare una certa predisposizione al diabete. 

Tornando a me, la mia vita si poteva considerare normale. Ho sofferto di  patologie comuni: raffreddori, influenze, che con i consigli del diabetologo sugli adattamenti del dosaggio insulinico, sono riuscito sempre a superare senza problemi. La cosa più grave è stata quando ho trascurato una lesione al terzo dito del piede destro. La piccola lesione iniziale si era infettata, quindi l’amputazione è stata inevitabile. In quel periodo avevo ancora una volta dimenticato che non potevo fare quello che volevo: con il diabete si convive, ma bisogna sempre ricordare che Lui c’è. 


Nel frattempo la tecnologia era andava avanti; il diabetologo mi ha convinto ad utilizzare un microinfusore. Ho fatto corsi per imparare a calcolare i carboidrati contenuti negli alimenti. Non dovevo più fare le tre punturine al giorno. Ora cambio l’ago del microinfusore ogni 3-5 giorni riempiendo contemporaneamente il serbatoio, a ogni pasto calcolo i carboidrati che ingerisco, li immetto e il gioco è fatto. Inoltre oggi provo il glucosio tissutale con un sensore sottocutaneo che mi permette di vedere il valore tutte le volte che ne ho necessità per cui, quando mi sento un po’ strano e penso che forse la glicemia è bassa o alta, basta prendere il cellulare e voilà, so quanto ho di glicemia e posso intervenire per correggerla.

Che abisso rispetto a quando la glicemia si provava solo in laboratorio, prima con un prelievo venoso, poi capillare o si cercava il glucosio nelle urine. Questa tecnologia mi ha aiutato quando, nel 2017, ho avuto un infarto silente, senza dolore forse proprio perché diabetico. Avevo chiesto al mio medico di fare degli accertamenti cardiaci, perché era un po’ che non li facevo: all’ECG si riscontrarono i segni di un infarto recente e sono stato ricoverato in unità coronarica. Prima dell’infarto camminavo per 4-6 km al dì; durante il ricovero ero allettato, ma il sensore monitorava la glicemia ed il microinfusore mi aiutava somministrando l’insulina necessaria per mantenere la glicemia entro valori accettabili. Anche quella volta mi sono ripreso, ho superato l’infarto, con l’aiuto dei medici ed ho ripreso la mia vita.

Vita che sto vivendo appieno: questa estate con la mia famiglia siamo andati al lago di Antrona e successivamente alla diga di Campliccioli (1360 m s.l.m.) che abbiamo raggiunto dopo 2h di camminata tranquilla; è stato molto gratificante. La tecnologia ha fatto ulteriori passi in avanti: ora il mio amico microinfusore, una volta programmato, è diventato intelligente: decide da solo sulla base della glicemia quanta insulina somministrare; io devo solo dirgli quanti carboidrati ingerisco ai pasti. Insomma, la gestione della malattia è ora davvero più semplice ed il futuro mi pare più roseo anche se non si deve mai abbassare la guardia.

Auguri a tutti gli amici della “Dolce Vita”! E adattando una frase di una canzone di Pierangelo Bertoli - La salute, la libertà, la voglia di vivere

LA SALUTE NON È CERTO COME UN PEZZETTO DI FORMAGGIO,CHE QUANDO LO VUOI TE LO PUOI COMPRARE

Maurizio Rusca

Google News Ricevi le nostre ultime notizie da Google News SEGUICI

Ti potrebbero interessare anche:

SU