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Politica | 15 gennaio 2022, 09:30

IL MIO PRESIDENTE/ Speroni, l’elezione di Scalfaro e quel chinotto in ritardo al Quirinale…

L’ex ministro e senatore di Busto Arsizio partecipò alle votazioni del capo dello Stato del 1992, un mese dopo il boom della Lega alle urne. «Non potevamo essere determinanti e infatti scelsero il “solito democristiano”», dice. Sette anni dopo prese parte anche all’elezione di Ciampi

IL MIO PRESIDENTE/ Speroni, l’elezione di Scalfaro e quel chinotto in ritardo al Quirinale…

Un nome dopo l’altro, dal segretario Dc Forlani in giù, bruciato nel segreto dell’urna. Anzi, del catafalco, la struttura in legno con le tendine voluta da Oscar Luigi Scalfaro per limitare i giochetti e garantire la segretezza del voto.
Al sedicesimo scrutinio, il 25 maggio 1992, dopo uno stallo drammaticamente interrotto dalla strage di Capaci di due giorni prima, proprio Scalfaro viene eletto presidente della Repubblica.
A votare, non certo a favore dell’ex magistrato ed esponente della Democrazia Cristiana, c’era anche il bustocco Francesco Speroni, da un mese senatore della Lega Nord, che – nel nostro "viaggio" verso la scelta del nuovo capo dello Stato – ripercorre le due elezioni a cui ha preso parte. Quelle di Scalfaro, appunto, e di Ciampi.

«Per noi erano tutti avversari»

Nel 1992 il susseguirsi di scrutini senza esito è il simbolo della fine dei partiti che avevano governato per quasi cinquant’anni e del cambiamento in atto.
In realtà, precisa Speroni, «il cambiamento stava cominciando, ma non c’erano ancora stati effetti dirompenti. Il vero cambiamento è venuto un po’ dopo». Con le conseguenze dell’inchiesta Mani Pulite. 

Di certo alle elezioni di aprile la Lega aveva ottenuto un grande risultato: l’8,6 per cento dei voti.
«25 senatori e 55 deputati – ricorda Speroni –. Eravamo ottanta su oltre mille elettori del presidente della Repubblica, nemmeno il 10 per cento. Non siamo stati assolutamente determinanti e hanno scelto il “solito democristiano”».

Il Carroccio punta sul candidato di bandiera Gianfranco Miglio, senza farsi coinvolgere nelle trattative in corso fra gli altri partiti.
«Non siamo entrati in nessun giochino del tipo “vai coi socialisti per fregare i democristiani” o roba del genere – afferma il politico bustocco –. Avevamo un atteggiamento abbastanza “isolazionista”, chiamiamolo così. Per noi erano tutti uguali, tutti avversari, esponenti dei partiti romani che non ci piacevano. Quindi non siamo entrati veramente nei giochi, non avendone la possibilità e nemmeno la volontà». 

Poi la terribile strage di Capaci, con la morte del giudice Falcone, della moglie e di tre uomini della scorta. «L’attentato ha accelerato le cose. Gli altri, alla fine, sono riusciti a trovare l’accordo».

L’aneddoto del chinotto

Speroni, che con Scalfari al Colle sarà ministro per le riforme istituzionali nel primo governo Berlusconi, racconta un piccolo aneddoto.
«Io e Maroni arriviamo al Quirinale come presidenti dei gruppi di Camera e Senato per le consultazioni per il nuovo governo. Scalfaro chi chiede che cosa volessimo bere e noi chiediamo un chinotto». 

Una richiesta semplice a cui segue un’attesa prolungata. «Aspetta, aspetta e non arriva nulla. Evidentemente al Quirinale non avevano il chinotto. Alla fine è arrivato ma i tempi si sono protratti».

Un colloquio più lungo del previsto che ha ovviamente attirato l’attenzione degli osservatori.
«All’uscita – sorride Speroni – i giornalisti erano curiosi di capire cosa fosse successo e come mai ci fossimo intrattenuti così a lungo. In realtà c’era solo la questione del chinotto». 

Ciampi e il “vicepresidente della Repubblica”

L’esponente leghista di Busto ha partecipato anche all’elezione di Carlo Azeglio Ciampi, il 18 maggio 1999.
In una situazione diversa, per lui e per il partito, rispetto a sette anni prima: «Nel ’92 eravamo appena arrivati, non avevamo una grande esperienza parlamentare – ammette Speroni –. Non dico che dovessimo capire dove eravamo, perché eravamo abbastanza svegli, ma sicuramente al di fuori di certi meccanismi». 

Nel caso di Ciampi, «gli accordi erano già fatti, è stata una cosa velocissima». L’ex governatore della Banca d’Italia viene infatti eletto al primo scrutinio, ma anche in questo caso la Lega opta per una scelta “interna”.
«Noi votammo il nostro senatore Luciano Gasperini, il quale scherzando si vantava di essere il vicepresidente della Repubblica, nel senso che era arrivato secondo», racconta Speroni.

Tra lui e il Capo dello Stato non ci saranno molte occasioni di incontro: «Ho lasciato il Senato nel ’99, in anticipo perché ero stato eletto al Parlamento europeo. Pur non essendoci allora incompatibilità, abbiamo ritenuto opportuno non mantenere il doppio incarico».

I due si ritrovarono però qualche tempo dopo: «Quando sono diventato membro della Convenzione europea, c’è stato un incontro per parlare dei lavori da svolgere».
In quell’occasione caso, non ci fu nessuna bevanda in ritardo. «Ciampi ha incontrato tutti gli italiani membri di questa Convenzione, ma io sono stato zitto, non sono intervenuto», ricorda Speroni.

Riccardo Canetta

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