Ieri... oggi, è già domani | 21 gennaio 2022, 06:00

"peabrochi - casoeula - Gioeubia"

Giusepèn, dopo il "peabrochi" si tuffa (precisa) sulla "caseula". Questo, afferma è il termine esatto del "piatto culinario".

"peabrochi - casoeula - Gioeubia"

Con Giusepèn, sul "tappeto" mettiamo tre argomenti specifici. S'è letto di certe incongruità che al Giusepèn hanno fatto accapponare la pelle. "In tul peabrochi" che letteralmente è "sono tutti pela rami" che vuol dire nulla. "Pelare i rami" è da scarsamente intellettuali; quindi col "peabrochi" si vuole intendere chi "non conosce" la materia e vuole far vedere che la sua è una tesi esatta.

Giusepèn, dopo il "peabrochi" si tuffa (precisa) sulla "caseula". Questo, afferma è il termine esatto del "piatto culinario". E' pure convinto che la specialità culinaria è tipicamente milanese, ma che, a Busto Arsizio, affatto si dice "cazzuola" come ha visto pubblicato. La "cazzuola" è un arnese da muratore, non certo il piatto tipico con verze, cotenne e carne di maiale.

La "caseula" si cucina quando le verze si coprivano di brina ....non prima, non dopo... e ha il suo procedimento che il Magistero dei Bruscitti ha diffuso a cui invito i Lettori a prenderne atto, Dire che è piatto Bustocco, è azzardato. Giusepèn sa che non ne è certo, ma è certo sull'etimologia del nome. A Busto si dice "caseula" (bottaggio) e per nulla al mondo "cazzuola" (sic).

Meglio ora anticipare i tempi sulla ....Gioeubia che è l'autentico nome e l'autentico modo di scrivere in merito alla Festa dell'ultimo giovedì di gennaio che quest'anno cade il giorno 27. C'è chi "storpia" il nome della Gioeubia e scrive ....Giobia, Giubbiana e ....ammennicoli vari. Si dice GIOEUBIA e basta....parola di Giusepèn. Poi, per ....diritto di libertà (e di incompetenza), ciascuno scriva come gli pare; magari "cavagna ruta" (cesta rotta) dice proprio così, Giusepèn, ma dimostra solo di non sapere il vero, unico, autentico nome della Gioeubia.

Argomento chiuso?  proprio no; la Gioeubia, per Tradizione, era costituita da un fantoccio (maschio o femmina non ha importanza) che veniva posto sopra a una catasta (un piedistallo) di ....tutto: legna, sterpi, stoppie, rimasugli di cantina, "ramundua" (tutto ciò che è inservibile) e pure "legna buona" (quella da ardere) che si racimolava qua e là e che faceva più "pomposo" il falò.

La Gioeubia "bruciava" l'inverno, le avversità, ogni "cosa brutta" che potesse incombere sulla vita quotidiana. Era una .... liberazione, anche ...dal freddo.  Intorno al falò (dopo cena) c'era il pubblico ad applaudire e c'erano i "protagonisti" a intonare una filastrocca che faceva così "ah Gioeubia, a Gioeubia, l'a mangia àa caseula, la Gioeubia la mangia a pulenta, a Gioeubia l'è cuntenta; l'e cuntenta in ginugiòn cunt'i man in urazion" (la Gioeubia -ripetuto due volte- mangia la casoeula, mangia la polenta, la Gioeubia è contenta, è contenta in ginocchio con le mani in preghiera).

Di più: di fronte al falò alto nel cielo, dentro la notte scura, al buio di ogni altra luce, si intensificava la sfida....proprio così, la "sfida", tra i temerari che sfidavano le fauci del fuoco e al ritmo degli "olè" si lanciavano tra le fiamme, per uscirne dall'altra parte (incolumi, con qualche bruciatura). Non vi dico cosa succedeva: bruciature, ad esempio, puzza di capelli "arrostiti", maglioni bucati da qualche tizzone vagante, poi ....osanna tra il pubblico ....non pagante. Il falò durava tutta la notte. L'indomani, c'era quasi accondiscendenza con le maestre che tolleravano qualche arrivo in ritardo. E durante la mattinata, si contavano i "feriti", le bruciature, ma ....vuoi mettere essere additati dai compagni, per il coraggio manifestato per andare incontro alle fiamme e ....vincerle (sic).

Un po' meno accondiscendente era la mamma. Non vi dico le rampogne e i rimbrotti, del tipo "t'e brusò'l maion....ghe ruti i culzòn....i cavei in brusoi" (hai bruciato il maglione - hai rotto i pantaloni - i capelli sono bruciati) - si, vabbè, ma ....che onore avere riservato alla Gioeubia.il giusto epilogo - Giusepèn sa ed è felice che quella Festa era Festa vera....."mò, ghe tanci peabrochi" (adesso ci sono tanti parolai). Giusepèn riprende una vecchia abitudine: "ul Nocino".

Gianluigi Marcora

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