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Storie | 04 aprile 2022, 06:00

Quei bimbi ucraini e chi si prende cura di chi

Li abbiamo accolti gioiosamente. Ora li osserviamo in silenzio. Dalla loro prima interrogazione comunicata in Ucraina ai gesti di tenerezza per chi li ospita. Come dice don Giuseppe Tedesco: «Ha proprio ragione il Signore quando ci presenta i più piccoli come esempio e modello di vita»

Quei bimbi ucraini e chi si prende cura di chi

Li abbiamo accolti soffocando il grido di sollievo ed emozione, abbiamo ascoltato i loro primi, piccoli ed enormi desideri una volta giunti sul nostro, e loro, territorio, a Busto, Gallarate, Samarate, Ferno, in Valle Olona, in tanti paesi del Varesotto, a Legnano e in altre località dell'Alto Milanese: i bimbi ucraini ci sono entrati nel cuore e ne abbiamo seguito con le loro famiglie ogni passo qui, per farli sentire a casa.

Adesso, ci sembra giusto compiere invece un passo indietro, come quando qualcuno ha bisogno di spazio per respirare. Perché sono giunti al sicuro, ma hanno ancora la guerra addosso, dentro. Ce l'hanno nell'eco delle bombe e nella loro paura per i loro cari, fratelli grandi, papà e nonni rimasti in Ucraina.

Per questo ci viene da spegnere ogni riflettori, seguire con affetto i loro ingressi e primi progressi a scuola, ma poi ritrarci con rispetto. 

Li guardiamo ad amorevole distanza, pronti ad accorrere grazie alla generosità della nostra gente che continua a manifestarsi.

Li guardiamo anche attraverso gli occhi di don Giuseppe Tedesco, che dopo essere andato a prenderli in Polonia all'esplosione della guerra, si prende cura di diversi di loro. Ma è proprio il parroco di San Giuseppe, a Busto Arsizio, a indurci a chiedere: chi si prende cura di chi.

Prendiamo sottovoce un suo post verso uno di questi ragazzini accolti: «Se qualcuno telefona durante il pranzo o la cena, mi porta via il cellulare perché devo mangiare tranquillo; se mi soffermo a lavorare al pc dopo che sono andati a letto (presto quando c’è la scuola) me lo vedo alla scrivania dicendo che devo riposare perché lavoro troppo; se di nascosto gli metto nel piatto una mia fetta di carne in più perché hanno appetito, il tempo di voltarmi e me la ritrovo nel piatto perché a suo dire “sono magro”. E oggi tornato da Messa eccolo arrivare col pettine in mano perché ho i capelli birbanti. E il più grande è uguale. Io con la mia famiglia mi curo scrupolosamente di loro, ma sono anche loro che si curano di me».

Non è differente, la storia, per i piccoli dell'oratorio accanto alle mamme: «Ha proprio ragione il Signore quando ci presenta i più piccoli come esempio e modello di vita. E ora, prima dell’oratorio, giretto in bici per prendere dimestichezza con strade e incroci perché da martedì, tempo permettendo, si andrà e tornerà da scuola insieme».

Siamo stupiti e coccolati da questi bimbi, che stanno affrontando la loro vita quotidiana. Dal piccolo che alla prima interrogazione, sulla rivoluzione industriale, studiata con il don, ha preso un bravo subito comunicato al papà e alla nonna in Ucraina. Quel grido fiero, più potente delle bombe.  «Piccole grandi gioie. Pure mia e delle tante persone belle anche a scuola che si prendono cura di loro» racconta don Giuseppe.

E loro si prendono cura anche di noi. Con il loro esempio silenzioso. Loro trasformano le vite di chi li ospita (LEGGI QUI) e anche di chi vuole seguire la loro testimonianza. Da grandi, vorremmo diventare come loro.

Marilena Lualdi

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