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Calcio | 23 aprile 2022, 14:29

«Caro sindaco, non basta esserci. Bisogna parlare di Pro Patria alzando il livello e muoversi»

Gianfranco Bottini, coordinatore di Busto al Centro e storico tifoso biancoblù: «La mia prima partita 75 anni fa, adesso mancavo e vi spiego perché, ma voglio tornare allo stadio e in serie C. Quelle fughe da Roma per vederla giocare in Eccellenza con tre spettatori sotto la pioggia e quelle emozioni della A e della B. Antonelli deve far capire che la città ha bisogno della Pro e andare anche oltre i confini»

Gianfranco Bottini

Gianfranco Bottini

La prima partita 75 anni fa, poi le fughe da Roma per seguire la Pro Patria, anche in Eccellenza e con quattro gatti. Poi le difficoltà con l’emergenza Covid e non solo, ma Gianfranco Bottini assicura che vuole tornare dai suoi tigrotti, e in serie C. Così il fondatore di Busto al Centro si rivolge al sindaco Emanuele Antonelli dopo le sue dichiarazioni (LEGGI QUI) e gli assicura che può e deve fare di più: «Non basta esserci, bisogna parlarne e alzare il livello. Bisogna andare a farlo anche fuori provincia e tenere alta l’attenzione. Muoversi».

Fa una premessa, Bottini: «Patrizia Testa è arrivata in un momento delicato e ha approcciato la Pro Patria con molto pragmatismo e grande capacità di scegliere gli uomini giusti. Muovendosi in modo coerente rispetto alla possibilità della società. Infatti i risultati si vedono». Certo, in solitudine. Qui dice Bottini: «Sì, c’è poi da chiedersi se si sia creata, questa solitudine, perché non c’era il contesto, se non si trovava empatia o la si cercava anche, non lo so. Detto questo, è indubbio che la presidente sia stata giustamente idolatrata dalla tifosa per i risultati. C’è gente comunque attaccata in modo viscerale  alla Pro Patria».

Ancora. Nonostante lo stadio si sia impoverito di spettatori, via via, mentre Patrizia Testa continuava a investirci da sola: «Quando ha cominciato a dimostrare la stanchezza, anche economica, poteva lasciare tutti tranquilli comunque vendendo la Pro Patria a chi la meritava. Ogni tanto sono girati dei nomi, ma non sono risultati appetibili. Finché sboccia questo affare, evidentemente il nome era buono anche per l’aspetto economico» commenta il coordinatore di Bac.

Bottini, tra l'altro, non sapeva stare lontano dai tigrotti, fino a poco tempo fa: «Lo so, ma voglio tornare, e in serie C. Prima l’emergenza Covid, poi ai botteghini bisognava prendere il biglietto il giorno prima, l’abbonamento serviva a togliersi anche questo pensiero. Poi è una guerra parcheggiare… Togliere il parcheggio significa togliere anche il valore allo stadio, è come avere una casa senza garage. È una comodità per lo sportivo sotto casa, non che deve andare a vedere Milan o Inter».

Comunque, tornando allo scenario generale, intanto si sono svolte le elezioni amministrative: «Le due cose si incrociano, perché la presidentessa entra in politica. E la politica non poteva che trarre beneficio da un personaggio che aveva messo in condizione la Pro Patria di vivere. Pro Patria che si è venduta poco dopo, l’amministrazione non era al corrente non degli aspetti economici, dato che non sono fatti suoi, ma a chi la vendeva?».

Sono interrogativi, ma Gianfranco Bottini offre una risposta netta a chi si chiede se il sindaco, l’amministrazione abbiano un dovere verso la Pro. «Un certo dovere, sì – risponde - Il sindaco deve tenere alta l’attenzione sulla Pro Patria e alzare il livello. Andare a parlare di Pro Patria, del suo valore, del simbolo storico che è, di quanto importa per Busto insomma, fuori dai confini cittadini. Non bisogna essere silenti».

Bottini si pronuncia, sulla scia di oltre 70 anni di presenza. Anche se ora non si conta tra i pochi spettatori allo stadio, al netto della sua volontà di tornare, viene difficile rimproverarlo guardando al suo percorso: «Penso di aver fatto tutto – sorride – Quando abitavo a Roma, inventavo tutte le scuse per venire a vederla». Prendere un aereo, affermando a casa che doveva visitare un familiare o altro, perché la risposta reale poteva capirla solo un tifosissimo: correre dalla sua Pro, anche in Eccellenza.  

«Come quando una domenica pioveva come Dio la mandava ed eravamo in tre sugli spalti, contro l’Olcella».

Ma quanti momenti stupendi: «Una Pro Patria vittoriosa sulla Lazio in uno stadio in cui non so come si potesse stare dentro dalla gente che c’era, poi la partita con il Torino. La serie B, quante gare memorabili. E la A…».  Lì c’è un bambino di nome Gianfranco che deve aggrapparsi alla rete per vedere qualcosa: ricorda ancora il suo stupore, quando un avversario,  Pivatelli, fa un mirabile colpo di tacco».

Sono ricordi che i ragazzi di oggi non possono comprendere, perché la maggior parte ha vissuto a distanza dallo Speroni: è questo è un altro problema da risolvere. Ma prima, bisogna esistere.

E poi ci sono i giovani che sono cresciuti con la maglia tigrotta e oggi giocano nella prima squadra. Quel feeling con il pubblico che si è dissolto, può essere ricostruito. Certo, ci vuole tempo. Non ce n’è, invece, per il futuro immediato della Pro Patria. Al termine di questo campionato – domani si gioca l’ultima contro la Pergolettese, da cui si potrebbero anche affacciare i playoff– c’è il rischio che i tigrotti non possano iscriversi al campionato di serie C a giugno.

Pensare di ripartire, da un livello inferiore, è un’ipotesi senza senso: «In passato l’abbiamo fatto? Sì, ma i tempi sono cambiati. Il bene, per me, è la continuità. Ecco perché dico che bisogna parlare di Pro Patria, il sindaco deve far capire che questo problema c’è ed è importante, quindi bisogna trovare una soluzione. Far capire che la città vuole la Pro Patria. Per me una Busto senza la Pro sarebbe un colpo al cuore».

Marilena Lualdi


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