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Cronaca | 19 maggio 2022, 15:43

Droga dello stupro a una festa a Induno, la vittima in tribunale: «Mi hanno detto “bevi che ti fa stare bene”»

A Varese nuova puntata del processo a carico di un ventisettenne per "stato di incapacità procurato mediante violenza e cessione di stupefacenti". Il ragazzo è accusato di aver "allungato" la sostanza nei cocktail di un party privato avvenuto nel 2019. In Aula le parole della giovane, allora diciassettenne, che andò in coma

Droga dello stupro a una festa a Induno, la vittima in tribunale: «Mi hanno detto “bevi che ti fa stare bene”»

«Mi hanno detto “bevi che ti fa stare bene”. Ho visto gente che lo faceva e alla fine ho bevuto anche io«. Nel cocktail c’era la droga dello stupro, sostanza trasparente, impossibile da riconoscere, e la ragazza, 17 anni all’epoca dei fatti, avvenuti a Induno Olona nel marzo del 2019, finì la serata in un letto d’ospedale. In coma. Furono le amiche a raccontarle come erano andati i fatti, oggi al centro di un processo in corso in Tribunale a Varese, dove un ventisettenne originario della provincia di Sondrio deve rispondere delle accuse di stato di incapacità procurato mediante violenza e cessione di stupefacenti (QUI i dettagli). 

La ragazza, già risarcita con 5 mila euro dall’odierno imputato, è comparsa questa mattina davanti ai giudici e ha ricostruito la dinamica dei fatti, dall’inizio della serata al momento in cui le amiche avevano dato l’allarme, chiamando il 113, perché la diciassettenne si era accasciata, priva di sensi, in un parcheggio. E perdeva bava dalla bocca. 

Poco prima le ragazze erano insieme in una villetta di Induno. Due fratelli avevano deciso di dare un party, approfittando del fatto che i genitori fossero partiti per il weekend. La casa si riempie: musica, alcol, circa una sessantina i presenti, in larga parte minorenni. Tra loro c’era anche l’uomo oggi a processo. «Stava in una stanza - ha ricordato in udienza la persona offesa - e lì con una siringa metteva delle gocce nei bicchieri. Era un tipo palestrato, più grande di noi. Dopo il primo sorso una mia amica mi ha preso il bicchiere e l’ha buttato in un lavandino. Io ho iniziato a vedere doppio. Poi mi sono svegliata in ospedale». 

Sei giorni di prognosi e un grosso bernoccolo dietro la nuca, che ancora oggi ricorda alla giovane le conseguenze di quella brutta esperienza. Un’esperienza che avrebbe potuto trasformarsi in un dramma, e che la sfortunata protagonista, sempre durante l’udienza, ha ricondotto ad una bravata: «Non conoscevo le droghe, avevo fumato qualche spinello. E avevo provato una sola volta l’ecstasy». 

La polizia quella sera bloccò la festa, ispezionò le stanze - in alcune c’erano coppie appartate - e nel locale adibito a lavanderia trovò i flaconi con la sostanza che aveva causato il malore alla ragazzina. A casa del ventisettenne, nei giorni successivi, gli agenti trovarono il resto: dieci flaconi da un litro, dello stesso liquido, e siringhe in grandi quantità. 

L’uomo ha ammesso da subito le sue responsabilità (verrà sentito nella prossima udienza), dichiarando inoltre di aver acquistato la sostanza - nota anche come Gbl - su un sito internet. Non sul “dark web”, ma su un normale sito dove quel liquido, poi usato come droga dello stupro, era regolarmente in commercio.

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