Sport - 22 maggio 2022, 11:00

Il primo pensiero ogni domenica, la neve che unisce, la convinzione incrollabile. Lamazza: «Forza Pro Patria ti salverai»

L'INTERVISTA. L'ex direttore sportivo che ha "premiato" Piu come giocatore della C pronto a spiccare il volo, racconta perché secondo lui lo spirito tigrotto è più forte di tutto. Con la tristezza per lo scarso pubblico, un aneddoto che fa rabbrividire, ancora, e la certezza che al momento buono Busto risponderà: «Ci sono già passato, ma non spariremo. Lo rivela anche quel giorno in cui i bustocchi arrivarono con le pale a pulire lo Speroni»

Francesco Lamazza

Francesco Lamazza

Ci vorrebbe una nevicata. Non è un'allucinazione per l'afa insopportabile di questo maggio, bensì un ricordo nitido di Francesco Lamazza. Che guarda indietro per manifestare fiducia: la Pro Patria si salverà, non può andare perduta a causa delle vicissitudini societarie.

L'ex direttore sportivo, quello che visse le gioie e i dolori del dream team e appena dopo. Quello che - rammenta - non ha quasi mai avuto un presidente e ha dovuto svolgere anche quel ruolo. Come una mattina in cui lo Speroni era pesantemente imbiancato, e non c'era uno straccio di modo per ripulirlo in tempo. Lamazza riflette, poi di istinto chiama i tigrotti e li invita a prendere una pala. Diversi di loro provengono dal Sudamerica e la neve non l'hanno neanche mai vista.

Fa niente, insiste Lamazza, andate. Lo sa, Francesco, o meglio sente ciò che sta per accadere. I tifosi guardano i giocatori spalare la neve e arriveranno a dir loro: preparatevi alla partita, ci pensiamo noi. Tra quella gente che si mette a pulire lo stadio per consentire il regolare svolgimento della partita, ci sono anche disoccupati. Persone che non hanno niente, eppure non esitano a dare tutta la forza che sanno di possedere, caricata anche da quell'amore folle per la Pro.

Lo stesso che condivide oggi Francesco. Perché alla Pro, dice, deve tutto, le prime soddisfazioni, le vibrazioni più autentiche. Anche i dolori, certo, con il dream team che ha lasciato una ferita profonda tra i tifosi per la finale contro il Padova. Ma le pagine della vita si prendono così, con tutto ciò che offrono e lui quella della Pro, la rilegge infinite volte sempre emozionandosi. Si sente, di colpo, allo Speroni, si sente in trasferta con la curva che si popola all'improvviso, persino agli autogrill che diventano cornice di amicizia e di festa.

«Questo popolo mi appartiene - osserva - qui ho giocato, sudato. A Sacconago sono cresciuto... Alla Pro ho lottato per avere Regalia. Ho sempre ragionato per il bene della Pro». E poi confida: «Il primo risultato che guardo la domenica, è sempre quello dei tigrotti».

Ha colpito, quando alla domanda di TuttoC sul giocatore del campionato in grado di spiccare il volo, Lamazza ha risposto senza esitazione: «Piu». Ha scelto lui fra tutti, anche perché il primo pensiero corre alla Pro Patria. Ma quasi gli spiace aver espresso questo giudizio, perché vorrebbe applaudire anche Pierozzi, Caprile, Ferri, Saporetti... La Pro quasi spacciata, che diventa la Pro addirittura al secondo turno dei playoff: questo no, non lo stupisce. «Quando la squadra va in difficoltà societarie, mostra una forza che viene da dentro. È la maglia, l'atmosfera... Lo spirito tigrotto».

Che resta, nel tempo e oltre il tempo. Lo dimostra anche Javorcic, che Lamazza avrebbe voluto alla Cavese tra l'altro. La conquista della serie B da parte dell'ex mister biancoblù con il Südtirol, se l'aspettava: «È un professionista e tale si è dimostrato. Con un budget nettamente inferiore al Padova».

No dai, Padova, no: il pensiero schizza alla finale di 13 anni fa. Guardiamo altrove, per non soffrire, il Palermo è tra i favoriti di Lamazza in questa corsa e anche il campo fa la differenza. Ma il lavoro dei playoff viene da lontano. Sì, il lavoro, concetto scolpito in questa Pro Patria e che mister Sala ha ripetuto dai primi momenti dell'incarico ricevuto.

Quest'anno, Lamazza ha seguito diverse partite tigrotte in tv, dal vivo Lecco-Pro Patria e allo Speroni Pro Patria-Triestina. Ricorda la disfatta di quest'ultimo match, non certo sul campo bensì sugli spalti. Poche centinaia di persone, roba ben diversa da parecchi anni fa, ma quella B consegnata ai veneti nel 2009 ha cominciato da subito a strappare via tifosi anche devotissimi: troppa era la delusione, lacerante il tradimento. L'emorragia, per varie ragioni, non si è arrestata negli anni.

Eppure, «vedere lo Speroni con così poca gente, mi ha fatto male - assicura Lamazza - Per ciò che rappresenta la Pro Patria». Non per questo motivo, sprofonda nello sconforto: «Rischiamo di sparire? No. Ci sono già passato, l'ho vissuto due volte, non ho mai avuto un presidente».

Si rivolge ai bustocchi, a chiunque possa fare qualcosa, anche minima: «Ognuno deve portare quel quid in più. La Pro Patria deve avere un futuro e chi le vuole bene, soprattutto in questi momenti, non deve abbandonarla». Anche le istituzioni faranno la loro parte, ne è persuaso. Al momento giusto, la risposta arriverà.

Chiaro, bisogna lavorare. Portare metaforicamente le pale, come quei bustocchi che si avventurarono fino allo Speroni in un giorno di neve, con i loro problemi, le loro difficoltà, tutti riposti per aiutare la Pro Patria.  

Anche oggi chi può - ciascuno per la sua parte - sa cosa deve fare per liberarlo da un ghiaccio diverso ma molto più insidioso, e sa che occorre farlo tutti insieme. È ciò che insegna anche un anno martoriato come quello, in cui molti hanno tradito la Pro, ma ci sono stati anche uomini come Francesco Lamazza, che ha combattuto e ancora oggi il giorno della partita per prima cosa consulta l'unico risultato che conta.

Marilena Lualdi


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