Ieri... oggi, è già domani | 06 agosto 2022, 06:00

"ul su... cal guarda in drè" - (il sole che guarda indietro)

Adesso che viene l'estate, non è raro vedere "ul su cal guarda in dre" (il sole che guarda indietro)

"ul su... cal guarda in drè" - (il sole che guarda indietro)

Adesso che viene l'estate, non è raro vedere "ul su cal guarda in dre" (il sole che guarda indietro). C'è un abbraccio di Giusepèn e c'è pure un proclama, per ricordarci l'effetto che fa il sole "candu al s'à 'nrabissi" (quando si arrabbia). Sembrano frasi "impossibili", ma fanno comprendere gli effetti di tali metamorfosi della natura.

Il sole "che guarda indietro" si verifica quando c'è una "suggestione atmosferica". Magari, un attimo prima ha cessato di piovere (anche col temporale) e pochi minuti dopo si scopre il cielo terso, magari "colorato" da un blu intenso e osservare il sole che bersaglia la terra con raggi "infuocati" che danno un calore tremendo. Non è raro, quasi subito dopo, trovarsi di fronte a nubi nere, pronte a scaricare pioggia a tutto spiano. Ecco quindi la frase completa che riguarda "il sole che guarda indietro" che è "ghem u acua tacàa ai pe" (abbiamo l'acqua attaccata ai piedi), vale a dire, siamo nell'imminenza di un altro temporale.

Che non preclude un altro avvenimento atmosferico che si verifica possibilmente in estate, ma pure ad inizio autunno che i meteorologi sanno bene commentare. Quindi "sole arrabbiato con imminenza di temporale". Quando però a tutto ciò si uniscono fulmini e saette, venticello dapprima di brezza e subito dopo, intenso e violento, arriviamo ad avere pure le tempeste e, anche d'estate si possono vedere i chicchi gelati che battono forte sui rami, le suppellettili e pure sulla carrozzeria delle vetture. E qui, Giusepèn interviene con una parola magica che ci arriva dal Dialetto Ligure e che si chiama MAENCU. Ecco, a Busto Arsizio si dice "maencu" ciò che sopra s'è descritto. Vale a dire  l'insieme di fatti atmosferici che si condensano nello stesso periodo. Figuriamoci a trovarsi in giro con l'ombrello appena o addirittura senza.

Non si scappa dal "maencu": si deve unicamente trovare riparo a tutto spiano, senza (lo catechizza Giusepèn) fermarsi sotto gli alberi o in prossimità di una galleria. Ci sono "forze atmosferiche" che catalizzano i fulmini e (come si sa) quando arrivano i lampi e i tuoni vuole dire che il pericolo è passato. "Guaia sta suta'na pianta cunt'ul tempuràl" (guai ripararsi sotto a un albero, col temporale) e Giusepèn lo ribadisce.  Poi si può andare indietro nel tempo ricordando "ul ciclòn" (il ciclone) che a Busto Arsizio, nel primo '900 fece dei morti, oltre a danni ingenti e paure spropositate. "L'ea teme idè ul cièl cal s'a frecasèa" (era come vedere il cielo che si frantumava). Giusepèn se lo ricorda per averlo sentito dire …. io lo ricordo per avermene parlato Giuseppèn e i miei familiari. In città, talune donne venivano chiamate "a ciclona" proprio per dire che la …. gentile signora ha provato l'ebbrezza (sic) di avere vissuto quel terribile accanirsi del maltempo.

Oggi si può studiare meglio il "processo atmosferico". All'epoca e sino agli anni '50 il Contadino era solito dire "ul paesàn al guarda sempar ul ciel e al porla cun Chel'là al voltu" (il contadino guarda sempre il cielo e parla sempre con Dio) …. quanto meno, Gli raccomanda di essere clemente anche in quelle circostanze!

Articolo già pubblicato, riproposto per una buona lettura estiva :)

Gianluigi Marcora

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