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Attualità | 14 agosto 2022, 08:48

Ponte Morandi, quattro anni dopo. Il ricordo della tragedia del 14 agosto 2018 è ancora indelebile

Ricorre oggi il quarto anniversario del crollo del ponte Morandi. Il personale ricordo dei colleghi de LavocediGenova.it per non dimenticare una pagina drammatica della nostra storia

Ponte Morandi, quattro anni dopo. Il ricordo della tragedia del 14 agosto 2018 è ancora indelebile

14 agosto 2018, 11.36.

Una data, un’ora, impresse nella mente di tutti. E’ il momento in cui il viadotto Morandi, il ponte dell’autostrada A10, crolla. Cede il pilone, l’asfalto si sgretola sotto le ruote dei mezzi che stanno transitando. Lo sconcerto, le telefonate al numero delle emergenze, l’incredulità per quel ponte che si sbriciola come fosse fatto di sabbia.

Nessuno potrà dimenticare cosa stava facendo quando ha ricevuto la notizia.

Il ponte Morandi si è portato via la vita di 43 persone e ha squarciato un velo sulla condizione delle infrastrutture in Italia. Un effetto domino che ancora, a distanza di quattro anni, non si è esaurito. Troppe volte, come se fosse un rito scaramantico, chi si trovava a passare sul viadotto, lo sentiva muoversi.  

Chissà se era una suggestione di massa o se quelle vibrazioni, quelle scosse, erano il preludio a una tragedia che doveva essere evitata.

Da quando il ponte è crollato, il profilo di Genova è cambiato per sempre.

Non basta oggi avere il nuovo viadotto che attraversa la Valpolcevera per riempire la voragine del Morandi. Tutto ha un prima, che precede il crollo, e un dopo, dalle 11.36 di quel maledetto 14 agosto.

Nel giorno dell'anniversario del crollo, abbiamo scelto di condividere il nostro personale ricordo di quel drammatico 14 agosto.

"Ricordo dov’ero. 

Ricordo la fila all’ufficio postale, con la bolletta dell’Enel in mano.

Ricordo il caffè con il cannolo alla crema.

Ricordo il cazzeggio con un giardiniere dell’Aster: 'È allerta arancione, oggi non combinate un belino'. 

Poi, ricordo la chat del giornale: 'Ci sono dei problemi sul Ponte Morandi, verifichiamo un po’'. 

Ricordo il video del ‘Corriere della Sera’, quel ‘Mio Dio’ ripetuto all’infinito, quella voce piena di disperazione. 

Tutti ricordiamo dov’eravamo.

Tutti ricordiamo che cosa stavamo facendo, come in ogni occasione in cui la Storia entra di prepotenza nelle nostre vite. 

Quarantatré stavano passando sopra a un ponte: per andare a lavorare, per ritornare a casa, per recarsi in vacanza. 

Quarantatré si sono fermati così, da un secondo a un secondo dopo. Esistenze interrotte, come spegnere l’interruttore della luce. 

Dicono che una persona muoia due volte: la prima quando trapassa fisicamente, la seconda quando non ci sarà più nessuno che pronuncerà il suo nome. 

E allora oggi, a quattro anni di distanza, mi consola il fatto che le vittime di Ponte Morandi non moriranno mai la seconda volta: perché noi genovesi siamo troppo seri e troppo rispettosi, e troppo profondi, per dimenticare di pronunciare questi quarantatré nomi, tutti i 14 agosto che verranno. 

L’anno scorso anche Autostrade, attraverso una scritta sui led, ha voluto ricordare i morti di quell’immane tragedia. È un pensiero, al quale non voglio associare nessun aggettivo. Un pensiero e basta, che non sposta di un centimetro le gravissime responsabilità per quanto è accaduto. 

Troppo spesso, con un paragone che non ho mai condiviso, il crollo del Ponte Morandi viene associato al crollo delle Torri Gemelle di New York, l’11 settembre del 2001. È troppo facile e troppo superficiale, perché là fu un atto di terrorismo dettato dalla malvagità, qui fu un atto di menefreghismo dettato dall’insipienza, dall’irresponsabilità, dalla voracità di fare più profitti avendo meno costi. 

È sbagliato perché quanto più le responsabilità vengono annacquate, quanto più le cose non vengono chiamate con il proprio nome, tanto più ci si allontana dall’obiettivo: che è quello che questa tragedia abbia giustizia, che il processo non s’incagli, che non venga scritta l’ennesima e odiosa pagina tutta italiana dove tutti sono colpevoli ma, alla fine, nessuno risulta colpevole. 

Oggi, a quattro anni di distanza, ricordare significa anche questo. Ricordare nomi e cognomi di quarantatré persone e ricordare a chi di dovere che almeno quarantatré famiglie aspettano di capire come andrà a finire.

E che non vogliono veder morire i propri cari la seconda volta. 

I genovesi faranno la loro parte. Come sempre e per sempre. 

Tutti gli altri: beh, tutti gli altri siano all’altezza dei genovesi".

Alberto Bruzzone

"Il 13 agosto 2018 ero andato nell'imperiese con amici. Il giorno dopo, a un certo punto, hanno iniziato ad arrivarmi messaggi preoccupati.

All'inizio non capivo, quale ponte? Penso ai ponti sul Bisagno. Il ponte Morandi? Un nome che avremmo imparato solo dopo, non mi diceva nulla. Il ponte sulla Valpolcevera? Ci vuole un po' a mettere a fuoco quel ponte, gli stralli giganteschi, stralli, altra parola imparata solo nei giorni seguenti, il rettilineo. Il ponte che ci si lascia dietro quando si va a Ponente, il ponte per andare in vacanza, il ponte che ho attraversato solo il giorno prima con gli amici nella pandina scassata e stracolma per andare a Ventimiglia. 

E gli amici ricevono gli stessi messaggi, rispondono con le stesse parole, gli stessi 'sto bene, non sono a Genova' rassicuranti e increduli, 'je suis bien, je suis pas là' agli amici francesi, cerchiamo insieme le notizie su internet, la connessione a Rocchetta Nervina è pessima e ci sbracciamo per riuscire infine a caricare un video terrificante del crollo.  

E poi al ritorno lo stupore davanti a quel vuoto nel panorama che davamo per scontato, dalla strada a mare ingorgata vediamo il vuoto dove doveva esserci la mole del ponte". 

Federico De Salvo

"Era una mattina d’estate come altre, quel 14 agosto lavoravo nel centro estivo di Sestri Levante e stavo conducendo alcuni laboratori di comunicazione rivolti ai ragazzi. 

Proprio in quella mattinata si analizzavano le fake news: da dove arrivano, come fanno alcune a diventare così virali quando, sbirciando il cellulare, leggo la notizia del crollo del 'ponte di Brooklyn'. All’inizio non volevo credere alle prime immagini che giravano nelle varie chat e sui social. Dopo alcuni minuti di incredulità decido di andare dai colleghi presenti e iniziamo a vedere insieme i video senza proferire parola. Altri minuti di incredulità che ci sembrano ore, poi un dubbio ci assale: lo diciamo ai ragazzi? E come? Non c’è mai un modo giusto per affrontare certe notizie ma ci sembrava giusto condividere con loro anche questo momento. Ci facciamo forza e spieghiamo loro che il “ponte di Brooklyn”, quello che di solito attraversiamo in autostrada per andare in gita, è crollato. Probabilmente ci saranno dei feriti e dei morti.

Molti, visto il tema affrontato nel laboratorio, pensano inizialmente ad un scherzo, una fake news, un modo per metterli alla prova e per vedere chi casca nel tranello ma dopo i video e le foto sono costretti a credere a tutto. Il resto della giornata è trascorso in un silenzio generale e surreale per essere un centro estivo. Gli stessi ragazzi, che avevano tra i 10 e 13 anni, hanno compreso che, seppur marginalmente, quella notizia avrebbe coinvolto, anzi travolto tutti noi prima o poi. Perché quella del ponte che cade è un’immagine che si può vedere in un film o in un videogioco ma nella vita reale non può accadere".

Marco Garibaldi

"Il 14 agosto 2018 era il mio primo giorno di ferie. Allora lavoravo per Imperia News, testata gemella della Voce di Genova. In tarda mattinata un messaggio ha interrotto i preparativi per la partenza. A inviarlo era una consigliera comunale di Imperia: 'Francesco, è caduto il ponte dell'autostrada a Genova, la notizia è verificata', e a corredo una serie di immagini surreali, troppo per essere vere.

Credo di averci messo qualche minuto prima di realizzare cosa fosse successo, ho subito provato a cercare qualche informazione in più, ma la notizia non era ancora stata battuta. Dalle immagini sembrava il 'ponte di Brooklyn', a ponente era più conosciuto così che con il nome del suo progettista, l'Ing. Riccardo Morandi. Possibile che fosse caduto? Poco dopo siti e televisioni di tutto il mondo si sono riempiti di immagini, video, testimonianze e interviste.

Il crollo del ponte Morandi è il nostro 11 settembre perché ognuno di noi ricorda esattamente dov'era e cosa stava facendo nell'istante in cui è arrivata la notizia. Ricordiamo il senso di smarrimento, il timore per le vittime, per conoscenti o amici che avrebbero potuto essere su quel tratto di autostrada. Una mia amica mi ha detto di aver temuto che io fossi in macchina in quel momento, del resto poche ore dopo avrei preso un aereo, quindi tutto sommato era plausibile.

Mentre seguivo gli aggiornamenti e alcuni politici non risparmiavano i primi penosi tentativi più o meno riusciti di sciacallaggio, le chat di colleghi e amici esplodevano, e si contavano i primi morti, i feriti, gli sfollati. Il sentimento comune era lo stupore. Pure di fronte alle immagini si faticava a credere a quello che tutti stavamo vedendo con i nostri occhi, e le testimonianze di chi era sopravvissuto rendevano se possibile più surreale l'intero contesto.

Un conoscente di Imperia, titolare di un'agenzia mortuaria, è finito su tutti i giornali perché si è visto crollare il ponte alle spalle subito dopo essere passato con il carro funebre. 'Ho sentito il furgone sobbalzare come se avesse preso un dosso o una cunetta mentre mi trovavo sul ponte. - aveva raccontato - Ho rallentato e a quel punto mi sono accorto del crollo. Nella corsia accanto alla mia ho visto tutte le auto fermarsi prima del vuoto. Sono vivo per miracolo e probabilmente le macchine che ho superato sono cadute nel vuoto'.

Ognuno di noi ha ricordi, racconti, aneddoti sul ponte, centinaia di persone sono pronte a descrivere l'ansia, forse suggestionata da quello che è successo la mattina del 14 agosto, che provavano attraversandolo. A quattro anni dalla tragedia tutti aspettano le risposte che potranno arrivare dal processo che riprenderà a settembre. Egle Possetti, presidente del comitato vittime crollo ponte Morandi ha più volte detto che senza una condanna esemplare l'Italia sarebbe un paese senza speranza. 'Ciò che ci aspettiamo – ha aggiunto Michele Matti Altadonna, fratello di Luigi, che si trovava sul ponte - per banalità è giustizia, siamo speranzosi. E’ l’unica cosa che ci possiamo permettere. Abbiamo perso abbastanza, è l’unica nostra speranza'.

Ci uniamo al loro appello per la ricerca della verità, perché solo se Genova e l'intera nazione faranno definitivamente i conti con il passato potremo guardare al futuro, ma senza lasciarci alle spalle una delle più grandi tragedie italiane, la peggiore degli ultimi anni
".

Francesco Li Noce

"'Ti passo a prendere alle 11.15'. Valigia pronta, quella di un breve viaggio, e trepidante attesa del ferragosto al mare tanto atteso quanto meritato dopo un anno di lavoro folle. Era la mattina del 14 agosto del 2018, quella in cui il Ponte Morandi è crollato sotto i nostri occhi increduli. Alle 11.30 un altro messaggio su Whatsapp: 'Sono un po’ in ritardo, arrivo'. E poco dopo un altro, questa volta non del compagno di viaggio, ma di un amico. Non una parola a commento dell’immagine ricevuta, quella del ponte crollato, che a prima vista sembrava un fotomontaggio, uno scherzo di cattivo gusto, una di quelle catene che puntualmente ti ritrovi a spezzare per evitare il diffondersi di cavolate inopportune. In questo caso, invece, lo scherzo di cattivo gusto lo ha fatto l’inadempienza e la noncuranza di chi avrebbe dovuto sapere, e di conseguenza avrebbe dovuto intervenire per evitare che 43 persone perdessero la vita e un’intera città perdesse completamente il senso dell’orientamento. Sempre che il dolore possa essere circoscritto.

Come abbiamo detto e pensato tutti, ognuno di noi ricorda esattamente il luogo e le persone con cui si trovava alle 11.36 di quel maledetto giorno. Come abbiamo detto e pensato tutti, ognuno di noi ricorda esattamente la sensazione di smarrimento, il terrore che su quel ponte si trovasse qualche persona cara, l’angoscia di non riuscire a comunicare con chi in quel momento su quel ponte eravamo sicuri ci si trovasse, magari poi scoprendo che era andata bene, magari poi scoprendo che invece no, non era andata bene per niente. 

Ricordo di aver ricevuto decine di messaggi da amici, genovesi e non, per sapere se stessi bene, se avessi bisogno di qualcosa, se davvero era successo quello che stavano vedendo in tv e che stava circolando sui telefonini di tutta Italia. 

Ricordo di non ricordare affatto il momento in cui ho deciso comunque di prendere la macchina e andare verso la spiaggia, forse per evitare la sensazione di inadeguatezza e di impotenza che stava prendendo il sopravvento, forse per evitare di avere sotto gli occhi, almeno per qualche giorno, l’immagine di un qualcosa che era e che in pochi secondi non era più.

La demolizione, la ricostruzione, la vita che prosegue, il tentativo di non dimenticare ma di provare ad andare avanti, come in un dopoguerra. Le luci su Ponte San Giorgio, che ha avuto l’onere di sorgere sulle macerie del Morandi, ricordano a intermittenza le vittime di quel giorno maledetto, ricordano la coscienza che qualcuno, altrettanto a intermittenza, riesce ad accendere e spegnere".

Chiara Orsetti

"Sembrava una mattinata tranquilla. Una di quelle di agosto in cui tutto sembra muoversi a rallentatore. Come un videoregistratore anni ’90 che permette la modalità slow motion.

Sembrava.

Il caldo tipico dell’estate all’ombra della Lanterna quella mattina aveva ceduto il passo a un temporale che sembrava voler rinfrescare l’aria ma che, in realtà, era solo il preludio a una tragedia ancora oggi difficile da accettare.

Quattro anni fa, la mattina del 14 agosto eravamo tutti intenti a guardare il cielo, sperando che la pioggia si esaurisse in poche ore e che quell’allerta diramata qualche ora prima non provocasse danni come troppo spesso è accaduto a Genova.

Non avremmo mai potuto nemmeno immaginare che ci saremmo trovati a raccontare il crollo di un viadotto autostradale, il crollo di un ponte, e la tragedia delle vite spezzate di 43 persone.

Da poco sono passate le 11.30 quando il cellulare inizia a suonare all’impazzata. 

Il tempo che si paralizza quando, rispondendo al telefono, dall’altro capo si sente: 'E’ crollato il ponte di Brooklyn'.

Sì, il ponte di Brooklyn, perché per i genovesi, nell’immaginario collettivo, il viadotto Morandi che tagliava la Valpolcevera ricordava il ponte americano.

Non può essere, si saranno sbagliati.

Invece no.

E’ tutto vero.

Non può essere vero.

Un ponte autostradale non può crollare. 

Un giro di messaggi e telefonate, si cercano informazioni che siano il più possibile chiare, si inizia a scrivere senza quasi riuscire a capire cosa sta avvenendo.

Come si fa a essere professionali davanti al disastro?

Raccontare certi fatti è un esercizio di equilibrio, dedizione e vocazione.

E quella mattina i giornalisti che hanno raccontato quanto stava accadendo hanno fatto i conti con una tragedia che ha toccato tutti in maniera diretta.

Non era qualcosa che riguardava l’altra parte del mondo, no. Questo avveniva nelle case di ciascuno di noi, nei ricordi di tutti che quel ponte, il 'ponte di Brooklyn', lo percorrevano quotidianamente o lo attraversavano per muoversi da o verso il ponente.

Si doveva fare lo sforzo di ricacciare il magone e di essere imparziali, nonostante il groppo a tranciare le parole in gola. Era necessario non lasciarsi andare alle lacrime, per quello ci sarebbe stato tempo dopo, ma era fondamentale reperire informazioni utili, spiegare, raccontare e, perché no, cercare di tranquillizzare.

Chi è arrivato per primo tra le macerie ha guardato la tragedia dritta in faccia.

Il silenzio assordante, rotto dalle sirene dei mezzi di soccorso che si precipitavano sul posto.

E il grande grazie, il più grande e più commosso, è quello che va detto ai soccorritori, qualunque divisa avessero addosso in quel momento, che hanno lavorato senza sosta, spesso anche senza forza, per salvare quante più vite possibili.

A quei soccorritori che hanno scavato tra i resti di quel maledetto ponte con le mani, spaccandosele, per restituire alle famiglie, spezzate come il Morandi, i corpi dei propri cari.

A chi ha sostenuto quanti impegnati in prima linea, offrendo un supporto psicologico e un sostegno in un momento nero. Alla popolazione che si è mostrata vicina a chi stava lottando contro il tempo portando acqua, cibo e quanto potesse essere d’aiuto

Sotto la pioggia, tra le polveri, appesi, calati, senza mai lasciarsi andare.

A loro deve andare il grazie più grande, che non sarà mai abbastanza.

Quella mattina pioveva su Genova. 

E forse anche la pioggia, oltre alla data, 14 agosto, ha evitato che sul Morandi si trovassero fermi, in coda, decine di mezzi, tra auto e pullman, li quasi quotidianamente bloccati.

Nessuno deve far calare il velo dell’oblio su quanto accaduto, tutti dobbiamo continuare a parlarne, a ricordare, a chiedere che venga fatta chiarezza sulle cause e sulle responsabilità di quel maledetto crollo".

Isabella Rizzitano

da LaVocediGenova.it

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