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Busto Arsizio | 09 settembre 2022, 16:39

Sport Management condannata a risarcire 102mila euro a un “collaboratore” della piscina di Busto

È stata pubblicata la prima sentenza di condanna per l’azienda veronese che ha gestito la piscina Manara dal 2014 al 2019 per aver trattato un collaboratore, di fatto, come un dipendente ma senza tutele e garanzie. A renderlo noto la Felsa Cisl che ha seguito la vertenza

Sport Management condannata a risarcire 102mila euro a un “collaboratore” della piscina di Busto

Per cinque anni lavora alla piscina Manara come factotum, senza un contratto subordinato che possa tutelarlo. Con il Covid la piscina chiude i battenti e lui si trova senza lavoro, senza Cassa integrazione e senza garanzie di continuità lavorativa. A quel punto si rivolge alla Felsa Cisl che si occupa dei lavoratori che non hanno un contratto standard, parte l’azione legale e riesce a vincere.

È la vicenda di Paolo che fino al 2014 era assunto da Agesp con un contratto subordinato che assicurava tutele e garanze. Poi la gestione è passata a Sport Management. Lui si occupava di tanti aspetti: «Ero alla cassa, facevo il manutentore – spiega – poi il responsabile vasche, organizzavo i turni dei bagnini, gestivo i siti, caricavo il portale, gestivo gli arbitri nelle partite di pallanuoto e altro».

Il punto è che quando l’impianto è passato a Sport Management, il suo contratto è cambiato: è divenuto un semplice collaboratore senza tutele e garanzie. «Nonostante questo, il rapporto di fiducia e di affezione e dedizione alla struttura, porta quasi tutti ad accettare facendo buon viso a cattivo gioco» sottolinea il sindacato.

A complicare la situazione poi si è messo il Covid che ha costretto gli impianti alla chiusura. A quel punto Paolo si è ritrovato senza nulla.

In questi giorni è stata pubblicata la prima sentenza di condanna per Sport Management che costringe la società al pagamento di oltre 102mila euro come differenze retributive dovute e maturate in virtù dell’inquadramento del lavoratore e delle ore di lavoro svolte. Purtroppo Sport Management ha depositato istanza di concordato preventivo, al momento al vaglio del tribunale di Verona e quindi non si sa se Paolo riceverà i soldi. Certo è che sarà assicurato il riconoscimento del carattere subordinato della prestazione e così potrà colmare le lacune contributive con l’Inps, assicurandosi un futuro pensionistico più solido.

A illustrare la questione è stata organizzata nella sede Cisl di via Cairoli a Busto una conferenza stampa con Paolo, il segretario Felsa-Cisl di Como-Varese Alberto Trevisan e Sara Moriggi dell’ufficio vertenze legali Cisl.

«Questa conferenza – spiega Trevisan – ha anche l’obiettivo di incoraggiare i tanti lavoratori che hanno un contratto di collaborazione a non vivere di rassegnazione, ma denunciare la propria condizione lavorativa. Poi come Felsa abbiamo aperto un tavolo di confronto con il governo per mettere ordine al mondo delle collaborazioni».

E Paolo ce l’ha fatta. Le sue prestazioni rientravano nelle caratteristiche di un lavoro subordinato. Quali dunque i requisiti? «Avere una retribuzione fissa – chiarisce Moriggi – un orario fisso continuativo, continuità nella prestazione, potere organizzativo, direttivo e disciplinare. Così abbiamo portato prove e testimonianze davanti al giudice e siamo riusciti a vincere la causa».

Il problema è che Paolo non poteva avanzare richieste alla nuova azienda che è subentrata a Sport Management, la spagnola Prime, ora Forus Italia: la legge sui cambi di appalti prevede il mantenimento dell’organico e quindi l’obbligo di mantenere i dipendenti, ma non i collaboratori che dipendenti non sono. «L’azienda ci ha ricevuto dimostrando propensione al confronto – precisa Trevisan – ma non ha voluto aprire garanzie, rivendicando il fatto di non avere vincoli verso i collaboratori. Tra l’altro avevamo chiesto un aiuto anche al Comune, ma ci hanno risposto che il bando di amministrazione della piscina prevedeva che Sport Management gestisse il personale».

La testimonianza di Paolo. VIDEO

La denuncia del sindacato e «la necessità di una riforma del lavoro sportivo»

«La situazione che abbiamo seguito alla Manara di Busto Arsizio non è l’eccezione, ma purtroppo la regola. Chi lavora in impianti sportivi quasi sempre viene assunto con contratto di collaborazione sportiva, anche per lo svolgimento di mansioni che nulla hanno a che vedere con l’attività sportiva. Una forma giuridica nata per “regolarizzare” tutte le persone che a vario titolo svolgono attività “accessorie” nelle società dilettantistiche, ma che è stata palesemente abusata, diventando la regola e non più uno strumento mirato. Con la pandemia il governo ha riconosciuto bonus a più di 300 mila collaboratori sportivi in Italia. 300 mila persone che quindi avevano come unica forma di reddito una collaborazione sportiva con una società dilettantistica e che si son trovati senza reddito con il lockdown. Una fotografia lampante di una situazione fuori controllo con gravi abusi».

Laura Vignati

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