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Storie | 18 settembre 2022, 08:20

Il diario di guerra del padre rivive in 480 pagine a firma della bustese Paola Cortellini

Il testo che racchiude le memorie delle atrocità e delle speranze del tenente degli alpini Giovanni Cortellini, prigioniero nei campi di concentramento dal ‘43 al ’45, sarà presentato il 25 settembre alla Galleria Boragno

Paola Cortellini

Paola Cortellini

Finché suo padre è vissuto, lei non sapeva nulla. Lui non le aveva mai detto niente, voleva proteggerla, ma alla sua morte nel 1979, la figlia, scartabellando tra documenti, libri, testi, carte varie ha scovato ben tredici quadernetti scritti in piccolo, con tanto di inchiostro e calamaio, ma con una bellissima calligrafia leggibile.

Commossa da quelle pagine ha pensato bene di trasporle sulla carta stampata. Quelle pagine parlavano di guerra, di prigionia, di campi di concentramento, di fame, di una dignità calpestata, di valori umiliati. Lei non ha potuto starsene in silenzio. La voglia di far conoscere agli altri quello spaccato di storia terribile è stata più forte di lei. Ne è nato un libro alquanto singolare: 480 pagine che riportano il diario di prigionia del padre. Lei si chiama Paola Cortellini, per tanti anni docente di lettere al liceo scientifico Tosi di Busto Arsizio, lui, l’autore, Giovanni Cortellini, classe 1920.

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Del libro si parlerà domenica 25 settembre alla galleria Boragno dove la scrittrice dialoga con Mariella Bottini, anche lei docente di storia e filosofia al liceo Tosi. Già l’autore. «Non mi sento io l’autrice del libro – precisa Paola Cortellini – Non ho fatto altro che mettere per iscritto il diario di mio padre. È lui lo scrittore. Quello che ho voluto fare, è stato rispettare le pagine scritte di suo pugno da mio padre, senza modificare nulla. Semplicemente ho posto le iniziali a qualche nome».

Dieci anni di lavoro

Sta di fatto che con un lavoro certosino di dieci anni la “modesta” scrittrice ha pubblicato il libro dal titolo: “Diario di prigionia 43-45”. Sì perché il diario comprende quei due anni tremendi quando Giovanni, alpino di 23 anni, rientrato dalla campagna di Russia del ’42 fu fatto prigioniero in ben cinque campi di concentramento della Polonia e Germania. «Già dalla prima pagina emerge subito il senso di abbandono da parte dei superiori – spiega la figlia – Nessuna indicazione, nessuno sapeva cosa fare. Per molto tempo mio padre ha avuto sensi di colpa per non aver combattuto. Per quasi due anni ha continuato imperterrito a rinunciare a far parte delle SS e della repubblica sociale italiana».

Fame e non solo

E tra le pagine emergono temi fondamentali, che si ripetono come la fame, il ricordo della vita passata, la dignità perduta. «Ben presente – prosegue – è la scelta lucida dei tedeschi di affamare le persone per obbligarle al lavoro. Le riducevano alla disperazione più totale per la fame. Si nutrivano tra l’altro di rape secche, foraggio per animali.  Poi, il ricordo della vita passata, degli affetti forti, della madre, del padre, la sorella, Gianna la fidanzata: rappresentavano il cardine per cui era ancora possibile vivere. Uno sprone per andare avanti, per pensare al futuro».

E sempre nella prima parte del testo (dal 9 settembre 1943 fino al gennaio ’45) emerge un altro fattore, quello della dignità. «Cercavano – sottolinea – di essere persone civili e umane, mantenendo una dignità interiore che i tedeschi volevano distruggere. S’incontravano nelle baracche e si scambiavano libri (di Dante, Leopardi …), poi si ritrovavano per ascoltare argomenti di attualità e cultura. Organizzavano addirittura dei piccoli concerti. Insomma cercavano di mantenere questo modo di stare insieme per continuare a essere persone ricche, nonostante quel terribile filo spinato, testimonianza di un senso di frustrazione».

E per reggere occorreva determinazione, coraggio. Si viveva nella sporcizia, nella promiscuità. In questo inferno, faceva capolino un senso di disponibilità umana non indifferente, come quelle donne polacche di salute fragile per cui gli italiani si sono privati di una certa quantità di zucchero.

Ad Amburgo

Non meno interessante la seconda parte, dal gennaio ’45 all’agosto di quell’anno quando Giovanni disperato e stremato ha capito che non poteva più andare avanti e che avrebbe dovuto aderire al lavoro, altrimenti sarebbe morto. Così è stato trasferito a lavorare ad Amburgo in una villetta e tutte le mattine era a disposizione per lavoretti di falegnameria e altro. «In quella casa – racconta Paola Cortellini – c’era anche una famiglia di Milano che aveva scelto di andare in Germania. Nella seconda parte del testo emerge un papà alle prese con i tedeschi con cui misurarsi. Non mancano descrizioni della distruzione della Germania». Poi il rientro nel ’45, la dura ripresa e due anni dopo nel 47 l’assunzione in una banca di Modena.

L’insegnamento

Dunque due anni in cui emerge una pagina di storia dove Paola e Giovanni Cortellini hanno tanto da insegnare. Non a caso la figlia è venuta a sapere che il padre dopo la prigionia era stato invitato in una scuola elementare di Carpi per raccontare cos’erano state la guerra e la campagna di Russia. E i bambini nel 1974 avevano addirittura realizzato un piccolo filmato. «Sono riuscita a rintracciare – spiega – due dei bambini di Carpi e la loro maestra. Il libro si apre con i pensieri dei bimbi e si conclude con le riflessioni dei due piccoli scolari e la maestra. Il papà del resto voleva fare l’insegnante e io inizialmente ho trascritto i quadernetti, poi mi sono appassionata sempre di più alla storia e mi è piaciuto molto riscoprire quel lato del papà giovane. Ho capito che il testo non doveva rimanere ad appannaggio solo mio: doveva essere reso pubblico, perché fa pensare, riflettere, è di insegnamento. Mi è piaciuto soprattutto perché, nonostante i racconti siano esperienze terribili e inaudite, c’è sempre la forza e la capacità di uscirne, di avere una prospettiva positiva. Ribadisco, lui voleva fare l’insegnante».

L’amicizia e la storia del padre

Così il testo non solo è destinato agli storici che vogliono ricostruire quello spaccato di vita, ma anche ai giovani. «Nel testo emergono valori molto forti – precisa l’autrice – come l’amicizia: talvolta proprio in nome dell’amicizia si sacrificava una parte del rancio». Quattrocento80 pagine dedicate alla mamma e al papà in cui emerge la figura di quell’uomo, Giovanni, nato il 21 giugno 1920 a Serramazzani, in provincia di Modena, trasferito prima a Modena per studiare dai Salesiani, poi a Bologna per laurearsi in lettere, che nel ’38 entra come volontario nell’esercito italiano per partecipare dal 26 luglio 1942 al 2 febbraio 1943 alla Campagna di Russia, qualche mese dopo parte come Imi, gli internati militari italiani, viene fatto prigioniero per due lunghissimi anni, liberato nel 45  e si sposa due anni dopo.

Una bella storia, un diario interessante. Da non perdere.

Laura Vignati

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