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Storie | 04 novembre 2022, 08:00

VIDEO. Rita, una vita accanto alle persone malate nell'hospice: «Ma ho ricevuto molto più di quanto abbia dato»

Va in pensione dopo oltre 40 anni a Busto Rita Maimone: «Volevo fare la maestra, poi diventai infermiera. La prima volta fino alla fine a fianco di un ricoverato». La festa, la lettera dei colleghi, la gratitudine: «Ho imparato dai malati, che dolore i piccoli, mi sono presa cura delle famiglie». La sofferenza dei piccoli, l'apporto degli Amici di Rossella e la cassettina degli attrezzi: «Bisogna sempre credere nel territorio. Il dottor Reina mi ha insegnato a chiedere scusa al malato prima di fare ogni cosa»

VIDEO. Rita, una vita accanto alle persone malate nell'hospice: «Ma ho ricevuto molto più di quanto abbia dato»

A vent’anni voleva fare la maestra: un concorso per infermieri la condusse in ospedale e Rita Maimone Baronello ricorda nitidamente il primo paziente, in Medicina seconda maschile.

«Aveva una brutta insufficienza respiratoria, sono stata capace di stare con lui fino alla fine».

Come avrebbe fatto poi con tante persone ricoverate all’hospice di Busto Arsizio, aperto con lei coordinatrice e il dottor Valter Reina responsabile nel dicembre 2007. A dicembre Rita sarà in pensione dopo oltre 40 anni, ma ci sono molti giorni di ferie da smaltire che hanno accelerato la partenza e lei è già stata festeggiata dai colleghi. Una lettera bellissima - LEGGI QUI - , una risposta emozionata ed emozionante, come i ricordi che ci affida.  Agli operatori riuniti per ringraziarla, ha raccontato: «Ai vertici dell'Asst ho detto mi raccomando il mio personale, il mio reparto… Mi avete dato tanto, ho restituito qualcosa, ma voi mi avete dato molto, molto di più». Molti la chiamano l’angelo dell’hospice, lei tuttavia insiste nell’indicare tutti coloro che rendono possibile ogni giorno l’impegno attento e amorevole verso le donne, gli uomini, i bambini che non possono guarire ma possono essere assistiti in ogni istante di vita.

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Nonostante quella memoria del primo incontro, della prima sofferenza condivisa, non è stato facile abbracciare la nuova vita. «Era il dicembre 2007, inaugurazione il 7 e il 13 abbiamo aperto – rammenta Rita Maimone – Un reparto così delicato… ci siamo sentiti sotto pressione, ma non abbiamo mai mollato, perché avevamo in mente il nostro obiettivo. La cura ai malati che dovevano essere al centro, come la loro famiglia».  Quando tutto partì, le cure palliative erano realmente note a poche. Mentre prima si assistevano questi malati in un paio di posti in un reparto, due in un altro, adesso si trattava di avere tutte le impostazioni riunite, coordinate: hospice, ambulatorio, consulenze, domicilio.

Di quest’ultimo c’era grande necessità, ma «partì quando non c’erano le risorse – racconta – io e il dottore abbiamo fatto una manifestazione di interesse chiedendo agli infermieri con una formazione di concederci un giorno di riposo pagato, con una reperibilità e una prestazione extralavorativa. Così si sono potute curare 250-260 persone ogni anno in una zona molto vasta. Era difficile? Non perdiamo il treno. Così ci si è detti e l’allora direttore Pietro Zoia credette anche in questo tassello. «Ci disse, andate avanti, io vi sostengo».

Entra in gioco un termine fondamentale: «Credere, sì. Io ho creduto molto nel territorio. Ho detto ai colleghi, non dovete scoraggiarvi se no non si va da nessuna parte. Ho sempre detto, ce la possiamo fare. Sì, dovete crederci». Rita ha tenuto a rivolgere un grazie a tutti coloro che ha incontrato, i malati, le famiglie, gli operatori… tutto l’ospedale, dal portinaio al meccanico, all’elettricista che arrivava di corsa contento quando le cose vanno bene.  

Per superare le difficoltà e accelerare le risposte sui bisogni, importante è stata ed è l’associazione Amici di Rossella, fondata da Mary e Gianni Maddaluno. Un ricordo di tutto ciò che diventava possibile accennando ai due straordinari genitori che avevano tratto da un grande dolore, la perdita della figlia, la forza di un amore grandissimo. «Siamo ingranaggi di un orologio – osserva la coordinatrice – Ogni piccola vite serve a far funzionare tutto. Se manca, il sistema si blocca». Insieme, invece, che risultati si ottengono.

Perché tiene a ribadire che ha ricevuto più di quanto abbia dato? «Perché è così – risponde - Dai malati quanto ho imparato… a stare lì con loro nei momenti più bui, a consolare la famiglia… Il bene è l’attenzione verso l’altro, senza pretendere il ritorno».

Il peso che si fa più grave: «Stare vicino alla sofferenza dei bambini. Prenderli in braccio, invece di servirsi del sollevatore, è un segno di rispetto per me. Al primo bambino in ambulatorio abbiamo fatto trovare la merenda. C’erano i ragazzi… A uno di loro avevamo costruito la cameretta come a casa, con la chitarra e le felpa. Ognuno ci deve far crescere per migliorarci. Poi ho imparato a costruire la cassettina degli attrezzi: senza, un falegname non può costruire nulla».

Il dottor Zoia ebbe l’intuizione di scegliere le persone giuste per far partire l’hospice, iniziando da lei e dal dottor Reina. Quest'ultimo «conosce bene le cure palliative… mi ha trasmesso la bellezza di chiedere scusa al malato prima di fare qualsiasi cosa. Umanizzare la cura… prima della malattia, viene la persona. Ognuno arriva con un bagaglio pesante e bisogna imparare a rispettarlo».  

Rita lascia il luogo che era nato con lei, lo porterà avanti il dottor Reina con l’équipe e ha sempre manifestato attenzione e stima il direttore socio sanitario dell'Asst Valle Olona Marino Dell'Acqua. La nuova coordinatrice è Enrica Aloisio. «Per il futuro auguro all’hospice di crescere e prendersi in carico più pazienti – afferma Rita Maimone – Se mi ha aiutata la fede? Sì, i miei genitori mi hanno dato i valori. La fede è però non una preghiera in modo mnemonico, ma la capacità di stare accanto all’altro con parole che calzano con quella persona. Che cosa farò ora? La nonna sì, poi voglio studiare, leggere e penso al volontariato». Ma piano, senza fretta, perché bisogna addentrarsi nella nuova vita. E poi ha una certezza che ha rivolto ai colleghi: «Io sono sempre con voi».

Marilena Lualdi

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