Ieri... oggi, è già domani | 26 novembre 2022, 06:39

"ma ragordu" - mi ricordo

Giusepèn dedica la sua "memoria" con un pizzico di nostalgia, evocando "personaggi" umili dentro una vita "umile a oltranza" contrassegnata da sacrifici, per taluni, oltre gli stenti, ma sempre dentro i canoni della dignità e del pudore.

"ma ragordu"   - mi ricordo

Fellini ne ha fatto un film (Amarcord) e Giusepèn ne fa un diario (ma ragordu) - io, modesto scrivano con la "patente" di Scrittore (autore di opere letterarie) che in troppi avocano a sé, ma che in pochi possono dire di esserlo. Scusate la puntualizzazione. Era dovuta e necessaria!

Giusepèn dedica la sua "memoria" con un pizzico di nostalgia, evocando "personaggi" umili dentro una vita "umile a oltranza" contrassegnata da sacrifici, per taluni, oltre gli stenti, ma sempre dentro i canoni della dignità e del pudore.

Parla, Giusepèn di "chèla ciapa da tera visen a u Uspedò" (quell'appezzamento di terra vicino all'Ospedale - di Busto Arsizio). "Ghea un quadraton cunt'i cò dul Bonfanti, cun denta famigli da uperoi" (c'era un quadrato -in verità era un rettangolo- con dentro le case dei Bonfanti -in realtà era una specie di serpentone- con dentro famiglie di operai).

Comincia così la storia del "ma rigordu" (mi ricordo), citando nomi e per taluni soprannomi delle famiglie abitanti in quel rione. "A 'giuletina" (da Angela, Angelina, Angiolettina e …'ngiuletina) col marito Cesare, poi, due figli. "ul Danti cunt'àa Silvia, du fioeu anca lui" (Dante con la moglie Silvia, e due figli anch'essi). "A Luisina di càn" per identificare la famiglia Locarno, proveniente da Samarate, che aveva preferito la città, al paese. La specifica "di càn" per il fatto che i figli della signora andavano a caccia e possedevano due splendidi cani, sempre vispi  e soprattutto puliti.

C'era poi la famiglia Ghellero: Mario "razza Piave" con un sorriso bonario e lo sguardo severo, ma un uomo "pezzo di pane" con la moglie Lucia e due figlie a carico. Quindi, la famiglia Crespi con un soprannome particolare "i paganiti" che potremmo tradurre in Paganini, ma Giusepèn non ne è sicuro. Qui, oltre a papà Mario e mamma Carolina, c'erano quattro figli maschi; i primi tre con la lettera erre quale iniziale del nome (Roberto, Rinaldo, Rodolfo e Giorgio). Sconcertante (quasi) il nomignolo del maggiore dei fratelli che tutti chiamavano Robertino che si portò addosso anche quando è diventato nonno. Siamo alla famiglia Cerati; "ul Carlettu al ghea tri tusan" e "a so dona l'ea a Angela" (il Carletto aveva tre figlie femmine e sua moglie è la signora Angela).

Poi c'era "ul 'giuletu caricei" (l'Angioletto, Crespi di cognome, "caricei") qui, Giusepèn non mi traduce il soprannome, con la moglie Adele e la figlia Adele. Si prosegue con la famiglia Pecchini. Con Carluccio (Carlo, ovviamente, ma per tutti era il Carluccio, con la moglie 'ngiuletta (Angela), detta la "napuleona" per via della "verve" che metteva nel dialogo e nel giudizio oltre a due figli a carico. Poi, "un Biasèn" per la minuta figura. Biagio Crespi con Maria e tre figli a carico: Sandro, Ornella e Bettina (ho elencato i tre nomi solo per dire che Elisabetta è detta Bettina, per il fisico minuto come suo padre. Proseguiamo con "ul Luigi, ul barbe" (Luigi Colombo il barbiere) tutti gli uomini del caseggiato si servivano da lui; bimbi compresi. Luigi Colombo con la moglie Angelina detta "a barbea" che mi ha trasmesso la passione della Settimana Enigmistica che acquisto tutt'oggi e il figlio Luciano. Quindi, "ul Mariuccio" con mamma detta "a pastua", ma c'entra nulla il gregge. Arriviamo alla famiglia Carnevali: Guglielmo, il padre, sempre elegantissimo nel vestire, coi capelli intrisi di brillantina, alla Clark Gable. Moglie, la signora Nova, con figlia. Segue la famiglia "dàa Delfina" sempre riservata, con marito e due figli. E siamo alla famiglia Bandera, con la "sciura Lena" e la figlia Silvana, accanto alla famiglia del "luisèn grana" (il signor Luigi, omone possente, lo chiamavano Luigino …. chissà perché e "grana" per il fatto di mettere in bocca un pezzettino di formaggio grana, prima di bere il vino. Ultima famiglia del caseggiato "chèla da Teresa sarta e dul Gepu letricista e legnamè" (quella della Teresa provetta sarta e del marito Giuseppe detto Geppo, elettricista di professione e falegname a tempo perso).

Qui Giusepèn mi fa ricordare un aneddoto. zia Teresa era sorella di mio padre e dallo zio Geppo si andava (non solo io) per recuperare pezzi di legno da scarto da utilizzare per sommi capi. Uno di essi è quello che mi fa ricordare Giusepèn. Si prendevano tre o quattro chiodi da carpentiere, si andava in ferrovia, si posavano i chiodi sui binari, il treno li "levigava" nel transitare, noi con le mani protette da uno straccio si prendevano i chiodi e si buttavano in un secchio d'acqua per "temperarli" dentro uno sciabordio che ci piaceva tanto. Poi si andava dallo zio Geppo (quando non cra in laboratorio), si prendevano due pezzi di legno, si bucava l'ex chiodone diventato piatto e acuminato in punta e si bucava la parte superiore del chiodo, si applicavano i pezzi di legno a mo' di manopola ed ecco pronto un pugnale "fatto in casa" da nascondere in famiglia, ma soprattutto "in giro" e si utilizzava il pugnale quando si giocava "agli indiani" suscitando l'invidia di "tutti" e pure lo stupore di chi non credeva a tanta  ... fantasia. Insieme al "ma ragurdu" di Giusepèn, ci metto pure il mio ricordo che Giusepèn ricorda bene, ma qui non lo scrivo, per il fatto di avere splafonato dallo spazio concessomi.

Gianluigi Marcora

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