Domenica con Giuseppino

Lo dico subito. Dal Giuseppino ci sono andato domenica scorsa. L'accoglienza è cordiale come al solito...

Gianluigi Marcora

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Lo dico subito. Dal Giuseppino ci sono andato domenica scorsa. L’accoglienza è cordiale come al solito. Però c’è un rimbrotto del Giusepèn. E me lo dice subito. La “legionella” a Busto Arsizio ce l’hanno denunciata una ventina di giorni fa. Voi (riferito a l’[email protected]) ne avete parlano solo dopo le esternazioni di Gallera (Assessore Regionale alla Sanità, nda) e del nostro Sindaco.

Non avanzo scuse. A volte, la cautela è nemica della tempestività. Ne prendo atto. Poi, Giuseppino attacca con una “lezione” che conoscevo appena, ma che lui approfondisce nel dettaglio, con una spiegazione semplice e lineare come solo lui sa fare. L’argomento è delicato, ma attuale e vero.

Parla di Dio, Giuseppino, alla sua maniera. “nogn a parlèam cunt’ul Signui cun pochi paòl”  ( noi, parlavamo col Signore con poche parole) e “tuci a nostra manèa” (tutti alla nostra maniera). Per dire che la “solita” preghiera, quella invocata in Chiesa era solo una specie di ritornello che non arrivava al cuore. All’epoca, la preghiera era un “dialogo” diretto tra la Persona e Lui, per chiederGli tutto il possibile, dentro la speranza.

Giuseppino è esplicito. “A dighi Signui s’à pudea non. L’ea teme a mancaghi da riverenza. Par nogn, ùl Signui l’ea …..Chel’là al voltu” e lo dice con una delicatezza sublime.  (Dirgli Signore non si poteva. Era come mancarGli di rispetto. Per noi, il Signore era ….Quello là in alto) e si capisce la grande, l’enorme differenza fra il “Signui” e “Chel’là al vòltu“. Me la spiega, Giuseppino; un po’ con parole spicciole, in dialetto, ma pure con parole appropriate, in italiano.

Il dire “Signore” per nominare Dio era sconosciuto per la gente semplice e suonava a retorica che si usava unicamente nelle preghiere. “te a metì a dì Chel’là al vòltu” (devi mettere a dire Quello là in alto” ed era una semplice ammissione della preziosità del ….Signore. Per i Lettori non Bustocchi serve una precisazione: “chèl’là” vale a dire “quello là” non è affatto dispregiativo. Diciamo che la pura espressione è confidenziale….la usavano i genitori per apostrofare il figlio, il marito, il parente, la persona cara…la utilizzavano le persone che risparmiavano pure sull’utilizzo del nome proprio della persona. Il “chèl là” (quello là) era intimo, comprensivo all’istante, tenero, mai volgare.

Addirittura, in “tempi dul vù tra dona e om, l’èa amui” (ai tempi del Voi tra moglie e marito, era amore) e raramente ci si chiamava per nome. Quindi, se in un rapporto coniugale si preferiva il “chèl’là” al nome proprio, figuriamoci quando si apostrofava Dio, entità suprema che meritava ovviamente una ulteriore specifica “chèl’là al voltu” vale a dire “quello là in Alto” in Cielo, Signore di Tutto, dentro l’invocazione di una preghiera.

Anch’io ho una “storia” da raccontare a Giuseppino, retaggio dei ricordi della Pierina. Mamma mi raccontava le marachelle dei fratelli (come ho già detto, la mia Pierina è l’ultima di dieci figli). Al mattino di ogni domenica, nonna Maria accompagnava i dieci figli a Messa. Don Valentino Cafulli, primo prete della chiesa dell’Ospedale (ora Parrocchia) “l’èa sul paschè dàa gèesa” (era sull’entrata della chiesa) e accoglieva i fedeli, sempre con una buona parola. Vedere nonna Maria con la nidiata di figli, esclamava “ghà ria a pitta cunt’i so puasiti” (arriva la chioccia coi suoi pulcini).

Un giorno, il prete disse dal pulpito “se non avete soldi da mettere per la carità della chiesa, fate a meno di mettere le medagliette che raffigurano la Madonna e i Santi….quelle ne abbiamo in abbondanza”. Quasi tutti i partecipanti alla Messa, non capivano. Un “fedele” però capiva benissimo ed era lo zio Carletto che, dando di gomito al fratello più vicino gli disse “tè edi? i so danè han voi mia” (vedi? i suoi soldi, non li vuole). Cos’era accaduto? Allora (e io ne sono testimone) le mamme cucivano sul collo delle maglie e sulla cintola delle mutande, la medaglietta protettrice affinchè tutelasse le “creature”. Zio Carletto ne aveva fatto incetta e, all’insaputa di nonna metteva nel cestino delle offerte, le medagliette invece delle monete.

Giuseppino se la ride. Lo fa coinvolgendoci, poi …”un gutèn t’èl voi?” (un goccino, lo gradisci?) e ….  come faccio a dirgli di no?…. Calendula o Nocino, pari sono…. Buonissimi!

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