Sdebitarsi

Tutti aspettammo un po' a mangiarci quei pasticcini... mamma, il babbo, lo zio Giannino ed io eravamo quasi "intontiti" da questa familiarità...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Ste ghe dèi?” (quanto gli hai dato? – che si potrebbe pure dire.. quanto costa?). La risposta poteva essere: “du cucumar e ‘n peaòn” (due cetrioli e un peperone). Per dire che quanto s’è acquistato, aveva un prezzo basso, conveniente. Non per il fatto che “cetrioli e peperoni” avessero un prezzo infimo, ma solo per chiarire quale fosse il prezzo basso.

Si usava così, nell’età contadina, dove a parlare italiano erano in pochi. Specie negli affari che non avevano bisogno di sensali o di testimoni oculari che sancivano la compra-vendita. Quando poi c’erano di mezzo i soldi, ecco una maniera spiccia per specificare l’ammontare. “Centu franchi” per esempio; dove quei “franchi” non erano certo rappresentati dalla valuta d’oltralpe. Erano le lire: la nostra valuta nazionale. Si diceva (a Busto Arsizio) “franchi” come ci avevano importato i Liguri, da cui i Bustocchi discendono e, “franchi” lo si diceva solo qui, con tutte le sue… imitazioni.

Quali? “parpài” ad esempio, che significava semplicemente.. moneta, spiccioli, soldi. Non certo il tipico “danè“, di origine celtica e che si usa in tutta la Lombardia, a cui Busto Arsizio s’è adattata. “Danè” per dire soldi e “danè” così vasto e vacuo che non ha bisogno di precisazioni.

Era l’epoca delle 10.000 lire che somigliavano a un lenzuolo (tanto erano grandi). Non ci stavano nel portafogli….anche se…..il portafogli, l’avevano in pochi. E, in pochi, possedevano le 10.000 lire che rappresentavano una cifra ….spaventosa.

Per fare un esempio, dirò che a 21 anni (la maturità – allora – la si conquistava a 21 anni ed io ero fresco di patente), lo zio Giannino mi “ricordò” che avremmo dovuto andare ad acquistare la mia prima vettura. Me l’aveva promesso e gli avevo detto che me l’avrebbe acquistata mio padre, suo fratello. E lui, quasi incazzato (me la passate la… volgarità?) mi aveva ribattuto “figatèl, d’un figatèl” (nel senso di mariuolo, per dire pure che le sue decisioni, non andavano giustificate), “ul to pà, al m’à mantegnu set’àn, candu a pesèu 39 chili, apena sunt’a gnu cà dàa guera” e mi ha zittito “tuo padre, mi ha mantenuto sette anni, quando pesavo 39 chili, appena sono tornato a casa dalla guerra” e, sempre lo zio, mi ha arricchito nella spiegazione, dicendomi pure che “ghèa non a mutua.. ùl tò pà, oltar al lauà in dàa campagna, l’an dèa dul Maldifassi a lavò i piati, par eghi i danè pai medisin e ….(qui allo zio Giannino viene un nodo in gola – e pure a me) mèn a ou toti a machina“. Quanto orgoglio in quelle parole. Che ho cucito sul cuore. Serve la traduzione? “non c’era la mutua… tuo padre, oltre al lavoro nei campi, andava di sera dal Maldifassi (in centro città, lussuoso, posto per ricchi) a fare il lavapiatti per guadagnare i soldi per le mie medicine”.

Fatto è che lo zio, mi aveva proposto la Fiat 131 ….”l’è bela grandi e ….’na cai olta, te me mèni a cercò i fongi” (è spaziosa e qualche volta, mi porti a cercare i funghi?) e io a ribattere….zio, poi chi la dovrà mantenere? Lo convinsi col dire ….e se adesso trovo una sbarbina e lascio stare gli studi? E che me ne faccio della vettura grossa, lasciando magari già dallo studiare?

Si era ammutolito, lo zio Giannino. Mi guardò storto, severo. Anche lui aveva puntato su di me. Ero anche il suo orgoglio (non solo quello dei miei genitori) e, sentirsi dire che “magari” avessi interrotto gli studi serali (di giorno andavo al lavoro, già dall’età di 14 anni), costituiva un castigo che assolutamente non voleva avere. Quindi, proposi la Fiat 850 ….non era la Fiat 500 o 600, ma per la nostra famiglia, la Fiat 850 andava più che bene.

La sorpresa l’ho avuta, quanto nel giro di una settimana, si è passati dal dire al fare. “‘n dèm” aveva detto lo zio: “andiamo” presso la Concessionaria Fiat a Busto Arsizio, “Mainini” di proprietà del signor Salomi. Trattativa spiccia, il colore l’avevo già… preventivato “fumo di Londra” con tutte le rifiniture rigorosamente rosse (ero già Milanista) e… pronta consegna dice il signor Salomi. Fiat 850 a… ottocentocinquantamila lire….che combinazione! Lo zio Giannino mi fa firmare il contratto e con una felicità che si vedeva in ogni poro della sua pelle, mette le mani in tasca e “scuce” il malloppo…..tutte “lenzuola” rilegate con un elastico che consegna al Signor Salomi “tè, contài” (prendi, contali) sotto lo stupore immenso del signor Salomi e mio. Siamo tornati a casa quasi a due metri di altezza, tanto eravamo felici per …tutto: la riconoscenza dello zio, per mio padre, il desiderio di… sdebitarsi, non solo moralmente… il premio per me che non l’avevo deluso e la voglia matta dello zio di essere accompagnato a cercare i funghi. Non è finita qui, con le emozioni, ma a sera, quando si era festeggiato coi “biciulàn” (pasticcini), lo zio abbracciò papà e aggiunse….”a machina la custa un po pisse da… du cucumar e ‘n peaòn, ma tè l’è guadagnàa“. Tutti aspettammo un po’ a mangiarci quei pasticcini…mamma, il babbo, lo zio Giannino ed io eravamo quasi “intontiti” da questa… familiarità.

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